introduzione e agiografia |
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L’approssimarsi del 2026, anno in cui ricorre il 1650° anniversario del dies natalis –ovvero la nascita al cielo- di san Giovenale, avvenuta nel 376[1], ci ha dato lo spunto per questo piccolo lavoro di sintesi che si prefigge di raccogliere le notizie che riguardano il Santo cercando di armonizzarle in un piacevole, speriamo, e utile racconto tratto a piene mani dai molti autori che hanno dedicato il loro lavoro al Patrono di Narni.
Si è infatti cercato di riunire tutte le informazioni che riguardano le vicende di san Giovenale durante la sua vita, ma anche quanto conosciamo e ci è stato tramandato dopo la sua morte, nel tentativo di rispondere alle frequenti domande dei molti che desiderano approfondire la conoscenza della sua storia. Una monografia costruita riutilizzando brani degli studi dei tanti autori, non solo narnesi, che di questo argomento si sono occupati, per dar loro nuovo impulso e diffusione; un esercizio simile alla pratica del riuso, frequente in architettura. Un lavoro dedicato anche a coloro che, pur continuando ad osservare devotamente il culto di san Giovenale, non dispongono di sufficienti conoscenze come accade in alcune realtà periferiche, e a coloro che sono incuriositi dalla complessità delle circostanze che avvolgono la figura di san Giovenale, a partire dalla sua origine africana fino alla pressoché capillare diffusione del suo culto, o quantomeno di toponimi legati al suo nome, in tutta l’ Italia centrale. Di conseguenza, lungi dal proporre nuovi studi o scoperte straordinarie, ci accontentiamo di offrire uno sguardo generale sulle conoscenze confermate da riscontri storici e su quelle che la tradizione ci ha consegnato, oltre a ragguagli relativi alla diffusione del suo culto, ad una panoramica della piuttosto vasta iconografia e ai tributi d’arte dedicati nel tempo al nostro Patrono. La speranza è quella di essere riusciti a rendere gradevole la lettura di questo puzzle di autorevoli frammenti che ci siamo permessi di ricomporre in un racconto corale racchiuso in una cornice storico-agiografica di altrettanto sicura autorevolezza nel tentativo di rispondere alla domanda: chi era san Giovenale? In ultimo proponiamo un’altra sintesi, quella che riguarda i luoghi –e sono tanti- dove si conserva il culto di san Giovenale, dove esistono chiese a lui intitolate o dove si trovano toponimi che a lui si riferiscono. Se ne potrebbe ricavare un lungo e interessante cammino pieno di storia e arte. Abbiamo infine cercato di fornire le coordinate per l’approfondimento dei vari argomenti, qualora se ne avverta il desiderio e la necessità, confidando di essere riusciti in questa piccola “impresa”, consci delle molte imperfezioni e omissioni ma mossi dalla volontà di divulgare la conoscenza della figura di san Giovenale. Cominciamo con qualche cenno sulla sua vita, di cui tratteremo compiutamente più avanti[2]: Giovenale, medico e presbitero, partì dall’Africa per raggiungere Roma e rendere omaggio alle tombe dei santi apostoli[3]. Durante il suo soggiorno nella capitale dell’impero entrò in contatto con alcuni cristiani romani, fra i quali la matrona Filadelfia, di nobile stirpe che, essendo a conoscenza della mancanza di un presule a Narni, prese contatti con la famiglia narnese degli Anici, cristiani anch’essi, e poiché insieme poterono apprezzare le doti umane e spirituali di Giovenale, lo presentarono a papa Damaso che lo nominò vescovo e lo inviò a svolgere il suo apostolato a Narni nel 368 d.C. Giovenale fu quindi il primo vescovo di Narni e riuscì ad introdurvi la conoscenza e l’amore per il Vangelo[4]. San Giovenale operò numerosi miracoli, sia in vita sia post mortem, protesse e difese Narni dai nemici e dopo la sua morte[5], avvenuta nel 376 -pur se alcuni recenti studi anticipano questa data al 371-, fu sepolto a ridosso delle mura cittadine, così materialmente legato con il suo sepolcro alla cinta muraria da divenirne indiscusso e garante difensore della sua incolumità e sacralità[6]. E lì, dove con il passare del tempo furono sepolti anche gli altri vescovi che succedettero a san Giovenale[7], sorse un primo edificio di culto[8] che è il nucleo della cattedrale di Narni[9]. La presenza della tomba venerata di san Giovenale, insieme con quelle dei vescovi successivi infatti, fu all’origine di un fenomeno culminato con la costruzione della nuova cattedrale, che modificò l’assetto urbano e portò alla conseguente formazione del nuovo terziere[10] sull’altura a Sud della piazza del Lacus[11], oggi piazza Garibaldi. Ora, con un salto temporale di circa dodici secoli, arriviamo ad un momento cruciale della narrazione quando, nell’aprile del 1642, il vescovo narnese Gianpaolo Bucciarelli[12], insieme a p. Gravita e mons. Paolo Mangonio rinvenne il corpo di san Giovenale nell’antica urna di travertino nel luogo che oggi chiamiamo “sacello di san Cassio”, localizzato nella quarta navata della Cattedrale. Stiamo parlando del ritrovamento delle reliquie di san Giovenale, depositate da tempo immemorabile in quel luogo segreto[13] per preservarle da ulteriori trafugamenti di cui avremo occasione di parlare. Dal momento del ritrovamento tutti gli sforzi si concentrarono sulla realizzazione di una nuova cappella degna di accogliere le reliquie in modo più adeguato; questa operazione coinvolse tutto il clero, le autorità civili ed i cittadini narnesi che costituirono quello che venne definito il Numero sopra la fabbrica della nuova Cappella di san Giovenale cioè la commissione deputata a sovrintendere ai lavori per la costruzione della nuova cappella e della quale facevano parte anche alcuni personaggi narnesi residenti a Roma[14]. L’operazione si concluse solo sette anni dopo, nel 1649, con una splendida celebrazione liturgica a compimento della “Cella reliquiae”, posta sotto l’altare maggiore e ornata da una bella cupola ellittica, decorata a tempera, con angeli, serafini e cherubini che intonano con voce e strumenti un concerto[15] dedicato a san Giovenale. In quegli stessi anni un gruppo di studiosi guidati da Jean Bolland, gesuita belga, concepì l’elaborazione di un’opera consistente nella costruzione di un calendario contenente la biografia dei santi celebrati quotidianamente, la redazione degli Acta Sanctorum[16]. Impresa che di fatto ha costituito la base indiscussa sulla quale hanno potuto lavorare tutti gli agiografi successivi. Di quel primo numero di studiosi faceva parte l’olandese Daniel Papenbroeck[17] che prese a svolgere le ricerche su san Giovenale che portarono all’ufficializzazione della sua identità, santità e ricollocazione delle spoglie anche in relazione alle pretese della città di Fossano[18] che rivendicava il possesso delle reliquie a seguito di un trafugamento e trasporto in terra piemontese di cui parleremo più avanti. E’ necessario ora ricordare che le spoglie di san Giovenale, insieme a quelle di san Cassio e di santa Fausta -cosa che rappresentò un grave lutto per Narni che fu presa con l’inganno- vennero trafugate una prima volta da Adalberto di Toscana a fine IX secolo, inizio del X[19], e trasportate a Lucca nella chiesa di san Frediano e che di quel fatto resta testimonianza nel manoscritto Translatio ss. Iuvenalis et Cassii Narniensium episcoporum Lucam[20]di cui più avanti tratteremo. Mons. Gildo Brugnola[21], nel suo libro dedicato a san Cassio, sottolinea che “restare privi dei corpi e delle reliquie dei Santi, per le città che al tempo le custodivano, era un’onta gravissima, forse la maggiore e più dolorosa sconfitta”. E fu solo per l’intervento del papa che Adalberto di Toscana acconsentì a restituire le reliquie di san Giovenale [22] riconsegnandole al pontefice, il quale si affrettò a farle trasportare nella cattedrale di Narni dove, sul pilastro di destra della navata centrale, sotto la tavola del Vecchietta che riproduce san Giovenale, si conserva una teca che contiene alcuni frammenti lignei, forse una stanga del carro che riportò le sacre spoglie a Narni o, forse, brani della cassa che ospitò le reliquie del Santo al rientro dall’esilio di Lucca.[23] Quando finalmente le spoglie di san Giovenale raggiunsero nuovamente la cattedrale di Narni, vennero nascoste in un luogo segreto di cui si perse la memoria e lì rimasero fino al rinvenimento da parte del vescovo Bucciarelli nel 1642 come detto. Accadde però che all’inizio del XIII secolo un canonico di Tolosa, che aveva assistito ad alcuni miracoli operati dalle reliquie di san Giovenale[24], le sottraesse nuovamente per portarle nella sua città e farne dono ai suoi concittadini ma quando il suo viaggio terminò in terra piemontese, perché lì il canonico si ammalò e morì, le reliquie sembrano essere rimaste in quel luogo lontano da Narni. E da ciò nacque una disputa fra Narni e Fossano che si tradusse in fiumi di parole stampate[25] per affermare ognuno il possesso delle sacre reliquie di san Giovenale primo vescovo di Narni. Bisogna infatti ricordare che nella cronotassi[26] dei vescovi narnesi, oltre a Giovenale, primo vescovo e patrono di Narni, compare Giovenale II, vescovo nel VI secolo, dopo San Cassio e anch’egli, secondo la tradizione, sepolto nel sacello dei santi vescovi. Si accettava dunque l’esistenza di un altro vescovo narnese di nome Giovenale II, vissuto nel VI secolo, “confessore” anziché “martire”,[27] qualifica del patrono di Narni. In sintesi: Narni rivendicava il possesso delle reliquie di san Giovenale suo primo vescovo e martire, e assegnava san Giovenale II, confessore, a Fossano; esattamente il contrario della posizione fossanese. La critica agiografica successiva ha poi rimesso in discussione[28] le conclusioni cui giunse, sulla base dei suoi studi e delle vicende verbalizzate da notai in presenza di testimoni[29], il bollandista Daniel Papenbroeck, che di fatto suffragava la posizione di Narni relativamente al possesso delle reliquie di san Giovenale suo primo vescovo. Ciò nondimeno ci piace concludere questa breve presentazione della figura di san Giovenale con la consapevolezza espressa[30] dal canonico don Sergio Rossini, in questi anni parroco della cattedrale e arciprete del Capitolo di san Giovenale: […] Giova ricordare che l’analisi storica sempre più puntuale ha permesso che la plurisecolare querelle che vedeva contrapposte Narni e Fossano nel primato riguardo al possesso delle reliquie e sull’esclusività del patronato, trovi oggi una felice epoca di concordia e condivisione nella memoria e nella celebrazione del comune Patrono. Una consapevolezza che nulla toglie alla sincera devozione al Santo da parte di Narni e di Fossano[31] e di tutti i luoghi dove il culto di san Giovenale è tuttora praticato e vivo. Foto 1 e 2 L'antico sacello
Foto 3 4 La cella memoriae |
[1] Questa data è controversa; i recenti studi condotti da E. D’angelo confermano la morte di san Giovenale al 7 agosto 371. Il 7 agosto -ma del 376- ricorre invece nella Lauda dedicata a san Giovenale (G. Cotini, 1976, Ripresentazione de santo Giovinale). Alcuni autori, fra i quali E. D’Angelo e E. Susi, suggeriscono la data del 7 agosto come giorno della morte e il 3 maggio -giorno in cui si festeggia san Giovenale- come data della nascita o della sua consacrazione a vescovo. Sembra infine che l’epigrafe posta sui resti delle antiche mura cittadine fuori dalla cattedrale, recante la dicitura “Resti di antica torre ove nel secolo IV visse e morì San Giovenale primo vescovo e Patrono di Narni” sia stata posta nel 1879 prendendo quindi a riferimento la data del 379 indicata da F. Angeloni in Storia di Terni. In quell’occasione il canonico narnese Giacinto Nicolai scrisse “Vita e miracoli di S. Giovenale Africano. Primo vescovo e patrono della città e diocesi di Narni” dedicando l’opera al vescovo Vitale Galli nella ricorrenza del XV centenario.
[2] Vita s. Iuuenalis episcopi Narniensis BHL 4614 cfr E. D’Angelo Narni e i suoi santi, 2013 [3] Ob amorem apostolorum, la motivazione con cui si spiega la venuta di Giovenale dall’Africa a Roma, Cfr. Translatio. [4] La Vita di san Giovenale ci informa che nessuno dei santi che lo avevano preceduto in questo tentativo (san Terenziano, san Feliciano e san Valentino) era riuscito a far accogliere la Parola di Salvezza. Si coglie qui il tentativo di attestare l’unicità e la potenza di Narni e del vescovo Giovenale nell’affermazione del cristianesimo nell’Umbria meridionale rispetto agli altri pur importanti santi vescovi umbri. [5] Secondo la Vita BHL 4614 il primo vescovo di Narni non muore martirizzato “Completis enim septem annis consecrationis suae reddidit spiritum” mentre la Translatio BHL 4615 gli attribuisce il titolo di martyr nel definire la sottrazione forzosa delle sue spoglie da Narni come una sorta di secondo martirio. Ci aiuta a comprenderne il senso la lettura datane da L. Ermini Pani, secondo la quale anche per san Giovenale si è verificato quel fenomeno per cui ad alcuni cristiani delle origini è stato di fatto riconosciuto, per la santità della loro vita e l’attaccamento alla fede, un ruolo di guida all’interno delle nascenti comunità. E. d’Angelo op.cit [6] L. Pani Ermini Dal sepolcro di san Giovenale alla cattedrale di Narni in San Giovenale. La cattedrale di Narni nella storia e nell’arte, 1996 [7] “Giovenale, Massimo, Pancrazio II, Cassio, i primi quattro vescovi accertati sul piano storico e, per Giovenale, Pancrazio e Cassio anche sul piano archeologico della loro sepoltura”. L. Pani Ermini Da santa Maria Maggiore a san Domenico. La cattedrale nella città in La chiesa di S. Maria Maggiore e i domenicani a Narni, 2006 [8] “La committenza dell’edificio di culto originario è affidata dalla tradizione al vescovo Massimo, successore di Giovenale, e per la cui costruzione sarebbero stati utilizzati i ricchi doni portati in segno di gratitudine dai quaranta naufraghi salvatisi dalla tempesta per intercessione del protovescovo narnese”. L. Ermini Pani, op. cit., 1996. Il sacello, ed il mosaico che lo sovrasta, è stato oggetto di diversi studi nel corso degli anni, fra tutti E. Wuscher Becchi Il sepolcro di san Giovenale primo vescovo di Narni, 1913, M. Salmi Un problema storico-artistico medievale, 1958 e A. Prandi in Narni, 1973 dove leggiamo che “il Duomo di san Giovenale segna la fine d’un periodo della storia di Narni e l’inizio di uno nuovo; la sua fondazione incide una profonda cesura nella storia della città, dalla topografia, all’urbanistica, all’edilizia. Basti pensare al profondo mutamento viario che il nuovo tempio dové provocare essendo orientato in senso perpendicolare al sacello di san Giovenale […] Certamente le mura furono demolite per includere il Duomo nella città. Le mura, insomma, persero in quell’atto la loro funzione. Così Narni iniziò la sua nuova storia, il suo medioevo.” [9]“La cattedrale di san Giovenale, consacrata nel 1145 da Eugenio III, assorbì come titolo e ufficio santa Maria Maggiore, presunta cattedrale di Narni; sarebbero così coesistite, per un certo periodo, due cattedrali”. (A. Prandi, Narni, 1973). La questione è controversa e tuttora non completamente risolta. “L’edificio di culto che fu la cattedrale di santa Maria Maggiore, dal 1886 adibita ad uso profano non indecoroso come stabilito dal vescovo Vitale Galli” (G. Cassio, La chiesa di S. Maria Maggiore e la vexata questio della proprietà, 2006 op. cit.) è ora divenuta auditorium. “Era interna alla città e fu ceduta all’Ordine dei Domenicani tra il 1270 e i primi anni del XIV secolo. La tradizione vuole che il complesso episcopale sorgesse nell’area dove oggi sorge la chiesa di San Domenico e si fregiasse del titolo di santa Maria Maggiore. Tale tradizione sembra suffragata dall’esistenza dell’episcopio nell’area prospiciente la chiesa, dal diritto esercitato da parte dei Domenicani di sedere nel Capitolo dei canonici e, non ultimo, dalla intitolazione alla Vergine che trova nell’alto medioevo numerosi confronti nella intitolazione delle chiese episcopali”. (L. Pani Ermini, 2006, op. cit.). “Gli anni fra il 1216 e il 1252 costituiscono invece gli estremi del periodo all’interno del quale la chiesa di San Giovenale, extra moenia, assurse al rango di maior ecclesia. L’ascesa della chiesa era cominciata almeno dalla metà dell’XI secolo e in età comunale conobbe un’evidente accelerazione testimoniata anche dall’impetuosa crescita del patrimonio controllato dal Capitolo. […] Fu in questa chiesa, dedicata al defensor civitatis Giovenale che, verosimilmente, la comunità narnese trovò il suo referente cultuale negli anni che avevano visto la città contrapporsi energicamente al papato” […]. (P. Pellegrini, Il capitolo di san Giovenale nella vita politica e religiosa di Narni (secoli XII-XIII), 1996, op. cit.) “Secondo una visione di matrice romantica, ma pur sempre attuale, è soprattutto nelle cattedrali che si cela la storia pietrificata dell’intera comunità che ha contribuito a costruirla e che ha riposto in essa non solo la propria fede e le proprie aspettative ma anche la propria identità cittadina. […] ciò che si avverte più chiaramente consiste nel fatto che nell’alto medioevo il culto di un santo vescovo (san Giovenale) localizzato all’ombra delle mura romane dell’antica Narni ha potuto modificare la topografia contigua e ha poi condizionato lo sviluppo urbanistico successivo della zona e di come, nel basso medioevo il culto dei Narnesi per il loro protettore san Giovenale si sia tradotto, a ridosso del sacello, in un’espressione monumentale, la cattedrale appunto, di notevole rilevanza artistica. (M. d’Onofrio, La cattedrale di Narni nel Medioevo, 1996 op. cit.). [10] D. Monacchi, “Il cimitero paleocristiano - altomedievale di piazza Cavour a Narni” in San Giovenale. La cattedrale di Narni nella storia e nell’arte, 1996 dove l’autrice richiama i dubbi espressi da Mansuelli relativamente all'ipotizzato carattere pre-romano della necropoli attribuendo invece le sepolture ad epoca paleocristiana e altomedievale in correlazione con le sepolture dei primi santi vescovi narnesi. [11]”Che cosa era veramente il Lacus di cui parlano gli Statuti e dove era la sua collocazione?“ “Nel cap. CLXV del Libro I degli Statuti si legge “il Lago che è sotto la piazza di san Giovenale” mentre nel cap. CXXIII del Libro III si legge […] nessuna persona collochi o tenga legna nella piazza del Lago di san Giovenale salvo che nella piazza di san Giovenale[…] ossia vicino al muro di detta chiesa fino al Lago[…]. Sembra quindi che la piazza del lago e la piazza di san Giovenale siano due piazze distinte anche se non vi è la certezza assoluta a causa di un terzo Cap. (il LXXXVI del Libro II dove si parla del “Lago della piazza di san Giovenale” R. Nini, G. Pacciaroni Il sottosuolo dell’area della cattedrale: indagini preliminari, 1996 op.cit. Per quanto riguarda il nome delle due piazze, sia che siano esistite una piazza del Lacus ed una di san Giovenale, sia due piazze dallo stesso nome, ciò è ormai superato in quanto entrambe le piazze hanno assunto nomi che rimandano ad un periodo storico decisamente differente ma il ritorno al nome Piazza di san Giovenale per la piccola piazza prospiciente la cattedrale sarebbe auspicabile. (n.d.r.) [12] “Il vescovo Bucciarelli si era formato nella curia milanese sotto la guida del cardinale Borromeo ed era ben conscio di quanto fosse importante rafforzare il culto dei santi Patroni per la divulgazione della Fede”. (F. Luisi, in Iconografia musicale e drammaturgia per il rinvenimento di S. Giovenale a Narni”, a cura di M. Luisi, 2019.) [13] L’epigrafe con l’epitaffio di san Giovenale, pur se in un rifacimento seicentesco, è murata sopra la porticina da cui si accede alla grotta del sacello e reca la scritta: Secreti locus est intus santiq(ue) recessus/quem famulus X(r)sti S(ancti) Iuvenalis amavit/Sanctorum socius meritis evectus in astra./Rupe cava placuit tumulari member sepulchro/ne polluta manus sacrum contingere possit. (P. Guerrini Incriptiones medii aevi Italiae) così tradotta da E. D’Angelo: Dimora del santo, il luogo del segreto è dentro, /luogo che fu amato dal servo di Cristo san Giovenale/ come compagno dei santi elevato per i suoi meriti alle stelle./ Gli piacque che le sue membra fossero seppellite in un sepolcro in una rupe cava/ sicché nessuna mano sacrilega potesse toccare il santo corpo. [14] Fra molti altri p. Pietro Gravita, gesuita narnese residente a Roma, appartenente alla Compagnia di Gesù di cui era un esponente di spicco che, nel 1631, fece costruire il famoso oratorio romano che porta il suo nome. Successivamente, dopo la sua morte, fu sostituito alla guida del “Numero romano” da un altro famoso personaggio narnese, Mons. Andrea Cardoli, che continuò ad adoperarsi per il completamento dei lavori alla Confessione e al ciborio dell’altare maggiore fino all’intervento risolutivo da parte del Cardinale Giuseppe Sacripante. Per una più completa ricostruzione delle complesse vicende che portarono al completamento dell’altare maggiore e della Confessione si veda F. Luisi, Barocco, d’incanto. L’emulo e l’archetipo. Il Barocco romano a Narni, Ed. Terre d’Orfeo, Roma 2021 [15]F. Luisi ritiene che il dipinto rappresenti iconograficamente la cultura espressa dalla cappella musicale che in quegli anni accompagnava le celebrazioni liturgiche nella cattedrale di Narni, in particolare un mottetto composto per san Giovenale da Francesco Foggia, Maestro di Cappella. Nel Museo di Palazzo Eroli è possibile ascoltare tale concerto barocco grazie ad un tavolo interattivo capace di riprodurne l’esecuzione dei singoli strumenti e di tutto l’ ensemble strumentale. [16] “Questa impresa presupponeva persone capaci di rinvenimento di codici e testi e soprattutto di conoscenza dei metodi filologici in rapporto alla loro pubblicazione; fu il gesuita Daniel Papenbroeck (1628-1714) l’autore che con maggiore perizia affrontò e coordinò il grande lavoro. Nell’introduzione di ogni sezione di vita di santo viene presentato lo status questionis relativo alla documentazione utilizzata e un’analisi della tradizione manoscritta relativa ai testi. Il lavoro fu ripreso dopo il 1814 e integrato con l’apporto dell’archeologia cristiana e fu continuato dal p. Charles de Smedt (1833-1911) che indicava scientificamente tutti i criteri che devono essere tenuti presenti nella critica delle fonti agiografiche.” R. Stopponi “Studi narnesi”, 2021. Gli studiosi del gruppo vennero definiti Bolladisti dal nome del fondatore del gruppo stesso. [17] D. Papenbroeck De sancto Iuvenale Episcopo Narniensi in Acta Sanctorum Maii, Anversa 1680 [18] F. Luisi op.cit. [19] A. Prandi suggerisce che la rovina dei sarcofagi di san Giovenale, san Cassio e santa Fausta, più che dall’effrazione dei sepolcri per trafugare i corpi santi da parte di Adalberto di Toscana, sia stata causata dal terremoto dell’847, periodo che sembra corrispondere al primo restauro del mosaico che sovrasta il sacello. Nella critica prevalse comunque l’idea affermata da A. Simonetti circa lo svolgimento del trafugamento nell’878 il che, secondo gli ultimi studi, è assai improbabile e il misfatto viene attribuito ad Adalberto II (cfr Narni e i suoi Santi pagg 120-123) [20]A. Simonetti, Adalberto I Marchese di Toscana e il saccheggio di Narni nell’878, 1901. [21] G. Brugnola San Cassio, vescovo di Narni, 1959. [22] “Sfogliando le carte lucchesi rinvenni una cronaca antica manoscritta che così dice “[…]“e santo Giovenale non volendoci istare (a Lucca ndr), mostrandone mali tempi di piove et di fortune, li Luchesi lo misero in su un cavallo, lassollo andare alla ventura, et elli se n’andò alla città di Narni, et quivi tornato si pone nel duomo di Narni”, B. Baroni Rerum Lucentium Scriptores in A. Simonetti, 1901 op. cit. [23] Sulla teca troviamo la scritta “DEVOTA O’ LECTOR. FIGAS HIS OSCVI A LIGNIS IAM SANCTI CORPVS IVVENALIS TANGERE DIGNIS” (Cfr. G. Cassio, La imago Patroni, 2009) che liberamente traduciamo in: “bacia con devozione, o lettore, il legno che fu degno di toccare il corpo di san Giovenale”. [24] Forse assistette al miracolo della guarigione di uno storpio proveniente dall’ Irlanda, di passaggio a Narni, che si cosparse il “licore” sulla parte malata e riottenne subito l’uso delle gambe, fatto avvenuto in presenza di diversi testimoni e trascritto negli Acta Sanctorum. Forse questo indusse il canonico a compiere l’atto di sottrazione per farne omaggio ai suoi concittadini. Il “licore” era una sostanza liquida che per il colore ricordava il sangue e veniva applicata agli infermi per ottenerne la guarigione. Fuoriusciva dal sepolcro di san Giovenale e veniva raccolto in un’ampolla per guarire i malati che confidavano nel risanamento. Ne è rimasta memoria in una iscrizione poco visibile sul lato sud della cattedrale dove è riportata la scritta “Ic est tumulus miracolorum” preceduta da una croce come rilevato da M. Bartolini che, avendo rinvenuto l’iscrizione, ne trasse lo spunto per la rappresentazione dei miracoli compiuti dal Patrono Giovenale nella formazione del Corteo Storico del Terziere Fraporta, come dettagliatamente riportato nella “Relazione del corteo del terziere di Fraporta del 2011”. Successivamente il rinvenimento dell’iscrizione fu ripreso da Q. Palozzi, 2016 in La cattedrale di Narni nell’anno Mille già esisteva, e da Claudio Magnosi nel suo articolo del 2020 per le Pergamene della Corsa all’Anello. Il “licore” fu trovato anche nel sepolcro di san Giovenale nella notte del 17 aprile 1642, quando l’urna di san Giovenale fu riaperta, come riporta anche L. Iacobilli in Vite de santi e beati dell’Umbria,1664. [25]Anonimo, Historia delli due santi Giovenali vescovi de Narne, Roma, 1646, ma L. Iacobilli, in Vite de’santi beati dell’Umbria, 1647 ne identifica l’autore in Paolo Mangonio come confermato da F. Luisi, 2019 op. cit.; G. Negro Vita e miracoli del glorioso S. Giovenale Primo vescovo di Narni Patrono della Città e Diocesi di Fossano e Titolare della cattedrale, Fossano, 1650 [26] G. Eroli, Descrizione delle chiese di Narni e suoi dintorni, 1898. [27] Bisogna però specificare che l’appellativo di “martire” non è riferito solo ai Santi morti per mano dei persecutori infatti Gregorio Magno, come segnalato da F. Lanzoni[27] in Le diocesi d’Italia, 1927, suole chiamare martiri alcuni vescovi italiani del IV secolo che non furono uccisi per la fede. V. anche E.Susi Il culto dei Santi nel corridoio bizantino, Cisam Spoleto, 2008. [28] E. Susi Memoria e identità agiografica dei santi narnesi in Narni e i suoi statuti medievali, 2007 [29] F. Luisi, 2019, op. cit. [30] in M. Luisi, 2019, op.cit. [31] Nel 2018 S.E. Mons. Piero Delbosco, vescovo di Cuneo-Fossano, presenziò, insieme al vescovo di Terni-Narni-Amelia, S.E. Mons. Giuseppe Piemontese, al rito dell’ Offerta dei Ceri a san Giovenale dopo aver presieduto la solenne celebrazione eucaristica della vigilia della Festa di san Giovenale, alle 18 del 2 maggio. Nello stesso anno fu celebrata la santa Messa di gemellaggio con la Confraternita di san Giovenale di Benevento e nell’anno successivo, il 2019, con la parrocchia dell’antica chiesa di san Giovenale di Orvieto. |