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Il sito archeologico di san Giovenale di Blera si trova all’interno di un percorso escursionistico denominato “dal Tevere al mare”. Questo cammino, detto anche “Cammino Tuscia 103”, è organizzato dal Cai di Viterbo e nel tratto che ci interessa percorre una parte del tracciato della vecchia ferrovia Civitavecchia-Orte di cui restano alcune interessanti infrastrutture come uno scenografico ponte sul fiume Mignone nei pressi del sito di Luni, le stazioni ormai inutilizzate dallo stile architettonico singolare ed alcune gallerie.
Noi siamo partiti dal sentiero che muove dal ponte sul torrente Vesca, dove sono presenti i segnavia del Cai, subito prima del minuscolo paese di Civitella Cesi[1] dove si trova un castello dei Torlonia. Da lì si snoda il bel sentiero quasi sempre ombreggiato che si inoltra nella forra con piacevoli saliscendi per giungere ad un’ansa del torrente da cui si risale fino ad arrivare all’area archeologica che sorge in un luogo isolato. Tutta l’area fu ampiamente indagata dagli scavi effettuati nel secolo scorso dalla missione svedese, scavi ai quali partecipò anche il re Gustavo Adolfo di Svezia. Gli scavi misero in luce la continuità abitativa dell’insediamento dall’età villanoviana al periodo etrusco nella zona di Casale Vignale interessata da insediamenti abitativi e necropoli mentre nel periodo medievale fu occupata l’area adiacente dove ancora sorgono il castello dei Di Vico e la cappella di san Giovenale, diruta. I ruderi della chiesa di san Giovenale, che “sorge lungo la Via Dogana che univa la Tolfa a Viterbo e collegava l’entroterra con il porto di Civitavecchia e le saline di Tarquinia” [2], ancora mostrano una caratteristica costruttiva che li distingue, la torre -o campanile- nel mezzo della facciata, caratteristica che la accomuna alla chiesa di S. Giovenale di Orvieto e, come suggerì Letizia Pani Ermini, alla chiesa di s. Pietro di Monkwearmouth in Inghilterra [3]. L’archeologo Bengt Thordeman[4] nel 1967 scrisse: “non è stato possibile trovare punti di riferimento per datare la chiesa” e aggiunse “durante il nono secolo, periodo in cui l’oratorio a Narni venne adornato di un notevole mosaico il culto di san Giovenale rinfiammò. Che la cappella sia stata eretta in questo periodo?” |
[1] Al nome del paese di Civitella fu aggiunto l’appellativo Cesi quando il paese fu acquistato dalla potente famiglia romano-narnese nella seconda metà del XVI secolo. [2] S.Conti, Le sedi umane abbandonate nel patrimonio di s.Pietro, 1980 [3] Letizia Pani Ermini Il culto di san Giovenale nell’Italia centrale: le testimonianze monumentali, 1978 [4] Bengt Thordeman The medieval castle of saint Giovenale, 1967
La cappella di san Giovenale
Il punto di partenza della nostra escursione
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Il borgo medievale di Calcata Vecchia, a cui si accede attraverso un unico ingresso -un passaggio coperto dentro le mura- sorge su uno scenografico sperone tufaceo affacciato sulla valle del Treja.
Calcata si trova su un diverticolo del percorso dell’antica Via Amerina[1] che poco più a Sud confluisce nella Via Francigena alla volta di Roma; è considerata la porta Sud dell’Agro Falisco[2] e nei suoi dintorni si trova l’insediamento archeologico dell’antica città di Narce. Calcata è documentata sin dalla fine del 700 d.C. quando venne inclusa fra le fattorie della domusculta di Capracorum[3]. Successivamente passò di mano più volte fino a rientrare sotto la protezione degli Anguillara il cui palazzo sorge nella piazza principale, vicino alla chiesa del SS. Nome di Gesù. All’inizio del secolo scorso un Regio Decreto ordinò che Calcata venisse rasa al suolo a causa della presunta instabilità della rupe su cui sorge, e che gli abitanti fossero trasferiti altrove per motivi di sicurezza e così, all’inizio degli anni ’60 molte persone si trasferirono a Calcata Nuova, poco distante, ma non tutti si adeguarono e il paese medievale divenne residenza di molti artisti. Calcata Vecchia, che oggi accoglie alcune decine di abitanti, si collega all’abitato di Calcata Nuova attraverso una breve strada dove tuttora permangono tratti di antico lastricato. Procedendo a piedi in quella direzione si raggiungono le case di Calcata Nuova e, superato il bivio per il cimitero, ha inizio Via san Giovenale che si inoltra fra le querce verso Nord. Sembra che da lì passasse un antico tracciato di origine etrusco-falisca che rimase ancora in funzione nel medioevo per collegare il paese ai castelli di Fogliano e Paterno e, proseguendo parallelo al fiume Treja raggiungeva Civita Castellana[4]. Sembra ci fosse una piccola chiesa intitolata a san Giovenale da lungo tempo non più esistente. Nei pressi del luogo dove sorgeva la chiesa si incontra una piccola edicola dedicata al vescovo di Narni che gli abitanti del luogo custodiscono con devozione. |
[1] La Via Amerina è un percorso che collega località con caratteristiche comuni come la posizione arroccata dei paesi e la presenza di formazioni particolari come le forre e le tagliate (Amelia, Orte, Gallese, Vasanello, Corchiano, Falerii Novi, Castel sant’Elia, Nepi, Campagnano di Roma). La strada risale al 241 a.C. quando i Romani, sconfitti i Falisci, la costruirono per mettere in comunicazione Roma con l'Umbria, con l‘area adriatica e il Settentrione ed è riportata sulla Tavola Peutingeriana, copia medievale di una carta delle strade del tempo dell’Impero Romano. La posizione degli abitati posti sulle alture fu determinante durante l’ invasione longobarda per la protezione offerta all'unico percorso sicuro fra Roma e l'esarcato di Ravenna (il corridoio bizantino). Culturalmente la via Amerina ha avuto un ruolo importante anche per la diffusione del Cristianesimo, testimoniato dai luoghi di culto disseminati lungo la via, contribuendo alla formazione della cultura occidentale e divenendo “icona delle terre antiche”spesso ritratta dai viaggiatori del Grand Tour (R. Stopponi La Via Amerina in Studi Narnesi, 2021).
[2] L’Agro Falisco è una piccola zona dell’attuale alto Lazio comprendente i territori di Calcata, Canepina, Castel sant’Elia, Civita Castellana, Corchiano, Fabrica di Roma, Faleria, Gallese, Nepi, Orte, Vallerano, Vasanello e Vignanello. I Falisci furono alleati degli Etruschi contro i Romani. [3] Le domuscultae erano vaste aziende agricole che assicuravano le derrate destinate a Roma ed erano localizzate a sud della capitale. La domusculta di Capracorum, l’unica localizzata a Nord di Roma, fu creata dal papa Adriano I dopo la deposizione di Desiderio da parte dei Franchi di Carlo Magno perché la presenza dei Longobardi aveva reso impossibile fino a quel momento la creazione di questo tipo di struttura nell’alto Lazio. [4] L.Cimarra, Ricognizione del culto di san Giovenale nella Tuscia, 2019 |
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Canepina sorge alle pendici del Monte Cimino e della faggeta di Soriano, è circondata da castagneti ed il suo nome sembra derivare dalle estese coltivazioni di canapa che, favorite dalla ricchezza di acque, fecero nel tempo la fortuna di questo luogo.
Nel 1944 il paese fu colpito da un terribile bombardamento che invece di colpire il ponte -che gli alleati temevano potesse essere utilizzato dall’esercito tedesco in ritirata- colpì il centro del borgo dove trovarono la morte più di cento persone e furono distrutti gli edifici più antichi dell’abitato tra cui la chiesa di san Giovenale che sorgeva a ridosso delle mura. Questo episodio viene commemorato ogni anno il 5 di giugno quando una processione che parte dalla bella chiesa di S. Maria Assunta -che conserva un dipinto che riproduce san Giovenale, vescovo di Narni con san Biagio e santa Apollonia- raggiunge il luogo in cui sorgeva la chiesa di san Giovenale. Lì viene celebrata la s. Messa, nella piazza di fronte ai pochi resti dell’antica chiesa dove è stato ricostruito un altare all’aperto con la riproduzione dell’epigrafe in peperino che costituiva l’architrave dell’ingresso della chiesa e riporta le parole Primi Templi Nostri Locus a conferma dell’antichità della chiesa di san Giovenale, la prima e per lungo tempo l’unica di Canepina, pur se il culto per il Santo si è oggi di molto affievolito. Bibliografia:
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Il borgo di Chia sorge su uno sperone roccioso cui si accede attraverso un arco che affaccia sulla moderna piazza del paese. Oltrepassato quell’arco si arriva al castello salendo una breve rampa che passa dentro una antica costruzione ed in breve si giunge ad una terrazza affacciata su un vasto e suggestivo panorama che giunge fino alla valle del Tevere. Nei pressi scorre il Fosso Castello cui si accede con una bella passeggiata attraverso il “parco delle cascate”[1] per giungere fino alla torre del castello di Colle Casale che fu buen retiro di Pier Paolo Pasolini cui è dedicato un busto di bronzo nella piazza moderna di Chia.
Il castello mostra ormai la sua fatiscenza pur mantenendo un certo fascino legato alla posizione sulla sommità della rupe ma tutti gli edifici arroccati intorno alla chiesa che fu di S. Maria Immacolata a formare un insediamento fortificato risalente all’Alto-Medioevo, risultano abbandonati già dall’Ottocento. Nel 1828 infatti, durante la visita pastorale, alla chiesa del castello fu attribuito il nome di Ecclesia interna S. Juvenali, per distinguerla dalla Ecclesia rurali, posta fuori dal castello e dal borgo. Questa scelta fu forse dettata dal tentativo di recuperare l’attenzione dei fedeli verso la chiesa del castello intitolandola a san Giovenale - il cui culto era, ed è, particolarmente sentito- ma ormai i Chìani avevano rivolto il loro interesse al territorio all’esterno del borgo fortificato dove sorge il nuovo abitato e l’intero castello, nel tempo abbandonato, si ridusse allo stato di rudere. La chiesa del castello conservava un pregevole tabernacolo, attribuito al Maestro del Trittico di Chia, poi riconosciuto dalla critica in Cola da Orte[2], che in una delle due antine raffigura proprio san Giovenale. Si tratta di una notevole tempera su tavola che dopo l’abbandono del castello fu trasferita dapprima nella chiesa di santa Maria delle Grazie -sulla piazza moderna del paese- ed è ora esposta nel Museo diocesano di Orte. La chiesa esterna di san Giovenale, Ecclesia Rurali, sorge invece quasi nascosta fra la vegetazione “lungo l’antica strada di collegamento con l’avamposto bizantino di Bomarzo[3]”. Ancora una volta un luogo di culto intitolato a san Giovenale, vescovo di Narni, sorge lungo un percorso di rilevante importanza[4] per la mobilità antica. La chiesa insiste infatti nell’area di una necropoli altomedievale a cui si associò nel tempo il Cimitero Vecchio. Ma quando nel 1887 le sepolture furono traslate al cimitero nuovo, anche l’antica chiesa rurale, la cui costruzione è riconducibile al XII secolo, fu abbandonata così che ai giorni nostri si presenta come rudere. Ne restano infatti solo i muri perimetrali, un arco che divide i due ambienti di cui consiste, e le pietre sconnesse dell’altare maggiore che si trova leggermente spostato rispetto al centro della parete per accogliere anche la porta della sacrestia. La chiesa era adorna di affreschi ormai perduti di cui si conserva qualche immagine fotografica[5] che mostra una figura in abiti vescovili in cui è possibile riconoscere san Giovenale ed un angelo con la spada e la bilancia che sono attributi riconducibili a san Michele. Altri affreschi di cui si scorgono le tracce sono presenti anche sulla parete nei pressi dell’arco ma è sconsigliabile avvicinarsi ai ruderi, cui sono addossate alcune capanne in uso al vasto presepe che fino a pochi anni fa veniva allestito in quell’area dal fascino primitivo, per il rischio di crolli. San Giovenale, vescovo di Narni, è il patrono di Chia e viene festeggiato il 3 maggio e nel fine settimana più vicino a questa data. Il suo culto è quasi certamente legato al passaggio delle sue reliquie in occasione del trafugamento da parte del margravio di Toscana nel X secolo, ma è tuttora vivo e si esprime attraverso i festeggiamenti che si accompagnano al culto ufficiale e vengono organizzati dal Comitato Festeggiamenti San Giovenale Patrono di Chia. Nell’archivio parrocchiale si conservano una lastra incisa nel 1773 che reca la scritta “San Giovenale protettore del Castello di Chia” a conferma della sua caratteristica di defensor civitatis, ed un busto ligneo risalente al XVII secolo. [1] https://www.cascatedichia.it/il-borgo-di-chia-vt/ [2] Cfr. Italo Faldi, Pittori viterbesi di cinque secoli, 1970 [3] S. Del Lungo Il territorio dell’antica diocesi di Orte, Quaderni dell’Accademia dei Signor disuniti di Orte, 1988 [4] La Via Cimina, che collegava Sutri a Orvieto. [5] http://bancadellamemoriasoriano.weebly.com/informazioni-su-chia.html |
I ruderi della chiesa di san Giovenale, Ecclesia rurali. Foto di Giorgio Cecilia
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A Civita Castellana è esistita una chiesa dedicata a san Giovenale ma non ne sono rimaste che pochissime testimonianze[1]. Doveva sorgere presso la rupe verso Sud ma già nella seconda metà del ‘500 probabilmente non esisteva più perché non ne fanno cenno ne’ la Cronaca cittadina[2] né la visita pastorale del vescovo Lunel del 1571.
La chiesa viene nominata in una epigrafe di travertino che è attualmente inserita nel muretto che delimita un piccolo giardino che dalla rupe affaccia sul vasto panorama intorno al Soratte: hic ortus erat ecclesie s(an)cti Iuvenalis locatus Petro Mathie respon/det ecclesie sante Marie annu/atim bol(ogninos) quinque. L’edificio di culto viene menzionato anche in un atto notarile del 1451: unum ortum situm iuxta Sancti Iuvena/lis intus Civitatem cum gripta iuxta rem Sancti Iuvenalis che probabilmente si riferisce a quello stesso orto. Un luogo bellissimo affacciato sulla rupe da raggiungere al tramonto quando il Soratte è coronato di nuvole rosate. [1] L.Cimarra, Ricognizione sul culto di San Giovenale nella Tuscia, in La Torretta, 2019 [2] Francesco Pechinoli, notaio, seconda metà del ‘500 |
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Corchiano sorge su un promontorio tufaceo e le forre scavate nei secoli dal Rio Fratta lo “isolano” su tre lati lasciando il paese come sospeso sulle alte rupi, caratteristica che in passato gli ha garantito la naturale protezione dalle invasioni.
L’avvincente percorso che abbiamo seguito sull'antica viabilità si snoda sul fondo delle forre seguendo il corso del fiume e congiunge la bella chiesa di s. Maria del Soccorso che sorge lungo la via Amerina ed era -come suggerisce il nome- un punto di appoggio per i pellegrini, alla chiesa di s. Maria delle Grazie passando attraverso suggestive vie cave, ponti a schiena d'asino, insediamenti rupestri, sgrottamenti e necropoli di notevole interesse[1]. Nelle immediate vicinanze di Corchiano, lungo la stretta strada per Gallese una località prende il nome di s. Giovenale. E’ una piccola altura sita anch’essa nei pressi della via Amerina che ospitò un insediamento falisco conquistato dai romani, successivamente abbandonato e riutilizzato nell’alto medioevo da una piccolissima comunità. Non si conosce l’epoca esatta in cui fu introdotto il culto di san Giovenale ma la zona rivestì una notevole importanza strategica nell’VIII secolo a causa dell’estensione del limite territoriale dei Longobardi sino al Tevere. La conseguente necessità di difendere questo luogo vitale per i Bizantini -difesa forse affidata a Gallese in quanto in posizione favorevole a controllare sia la via Amerina che la Flaminia[2]- ne giustifica l’intitolazione a san Giovenale. Nel sito, che rappresenta uno dei pochi punti in cui sia possibile indagare un momento tanto cruciale per la storia di questo territorio quale è il passaggio dall’indipendenza falisca al controllo di Roma, sono tuttora in corso campagne di scavo a cura del Gruppo Archeologico Romano in collaborazione con la Soprintendenza[3]. [1] www.fondazionecorchiano.org [2] Letizia Pani Ermini “Le memorie archeologiche e il culto di san Giovenale” in “Il Paleocristiano nella Tuscia”, 1983 [3] Alice Cassoni, Riccardo la Farina, Vie cave a s. Giovenale: riflessioni a margine delle ultime campagne di scavo in Le vie cave in Etruria meridionale, 2022 |
La chiesa di S. Maria del Soccorso lungo la Via Amerina
Corchiano, panorama
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A Orte, verso la metà del VI secolo sorgeva un monastero dedicato a san Giovenale. L’autore della vita di papa Vigilio nel Liber pontificalis ci informa infatti che il patrizio Belisario fondò : in via Flaminea iuxta civitatem Hortas monasterium sancti Iuvenalis, ubi possessiones et dona multa largitur est. Non sfugge la ragione politica di tale fondazione creata quale baluardo di difesa e punto di appoggio per i bizantini durante la guerra greco-gotica. Né il luogo fu scelto a caso, poiché la zona rivestiva particolare importanza non solamente strategica, bensì anche come centro commerciale legato alla via fluviale. Purtroppo non ci è dato di conoscere la realtà del monumento ancora citato in alcuni documenti nel secolo X e se fosse collocato fuori del centro urbano come una prima lettura del passo del Liber pontificalis suggerirebbe, ma la tradizione vuole che il monastero fosse situato nella stessa città di Orte e precisamente sotto l’attuale convento di sant’Antonio quasi a ridosso delle mura. Ad ogni modo la presenza del monastero di san Giovenale doveva essere ancora ben viva nel medioevo, se fin dal 1391 in un documento si trova menzionata una contrata sancto Iuvenalis con ogni probabilità corrispondente all’attuale omonimo quartiere, in cui sorge appunto il monastero di sant’Antonio[1].
Ogni anno a settembre si disputa l’Ottava di sant’Egidio e una delle sette Contrade, che scende dalla piazza del Comune fino alla rupe che delimita l’abitato ad Est e si affaccia sul Tevere in direzione di Amelia lungo il confine che separa Umbria e Lazio, è intitolata a san Giovenale. Come riportato nel sito della manifestazione, il nome della contrada viene dalla sola chiesa un tempo presente nel suo territorio[2], quella di san Giovenale[3] che fu poi demolita nel Cinquecento. Al suo posto fu edificata la chiesa di sant’Antonio, al servizio del monastero benedettino omonimo, sopra menzionato. Il bel Museo diocesano di Orte ospita tra gli altri un pregevole tabernacolo, attribuito al Maestro del Trittico di Chia, poi riconosciuto dalla critica in Cola da Orte[2], che in una delle due ante raffigura san Giovenale e proviene dall’antica chiesa di san Giovenale di Chia. Si tratta di una tempera su tavola risalente ai primi anni ‘70 del 1400. [1] L. Pani Ermini, Le memorie archeologiche e il culto di san Giovenale in Il Paleocristiano nella Tuscia, 1981 [2] Ente Ottava Medievale [3] Secondo un’antica tradizione, che ha però la sua fonte nel Liber pontificalis, la chiesa costruita in Orte in onore di san Giovenale, sarebbe stata edificata nel sec. VI da Belisario che guidava l’esercito greco contro i Goti. La chiesa dunque era molto antica e, nonostante che fosse stata più volte rifatta e restaurata, nella seconda metà del ‘500 si trovava in condizioni piuttosto pietose. In questa situazione il doctore di legge Joanni Baccarini, che aveva casa dietro la Chiesa, aveva fatto una proposta: per far piazza avanti la sua casa, che era dove oggi è una parte del monastero di sant’Antonio, ottenne dal Papa di poterla demolire, impegnandosi però a costruire, nella vicina chiesa di sant’Antonio, un altare in onore di san Giovenale. La chiesa così fu scaricata e la casa di messer Baccarini venne ad affacciarsi sulla piazza ma, nonostante le reiterate richieste, né lui né i suoi né tampoco il magnifico messer Vegezio Baccarini suo nipote et doctore si sentirono in dovere di mantener fede alla parola data. Fu allora che il vescovo Longo decise di riparare a questa scorrettezza e provvide lui stesso nel 1588 a dedicare un altare a san Giovenale, non già nella chiesa vicina ma in quella di sant’Antonio che sarebbe stata costruita nella stessa piazza su cui affacciava la casa di messer Baccarini ricavata dalla demolita chiesa di san Giovenale. (d. Delfo Gioacchini, Orte, le contrade e i borghi attraverso la “Fabrica Ortana”, 2001) . La chiesa di s. Antonio, ora Museo Comunale, è purtroppo chiusa (ndr); cfr F.Moretti, Viaggio nell’antico patrimonio urbano della città di Orte, 2015 |
panorama di Orte
la chiesa di sant'Antonio
affaccio verso il Tevere dalla contrada di san Giovenale
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Nella bella chiesa di san Salvatore, che conserva un’antica epigrafe risalente al 1038, in una delle due absidiole si trova l’affresco della Madonna in trono col Bambino fra san Giovenale e san Michele Arcangelo attribuita al Maestro del trittico di Chia riconosciuto poi da Italo Faldi in Cola da Orte.
In questo affresco san Giovenale è ritratto con la barba ma il suo manto, contrariamente a quello del trittico di Chia, è nei toni del rosso e del giallo, colori che ci ricordano la pala del Vecchietta[1] [1] L’affresco denominato Madonna in trono col Bambino tra San Giovenale e San Michele Arcangelo, secondo Faldi, è l’ultima opera del “Maestro di Chia”, in “Pittori viterbesi di cinque secoli”, Milano 1970. |
chiesa di san Salvatore
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