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Maria Luisi, nel saggio “Un drama tragiheroicomico per san Giovenale”[1] ci presenta questo lavoro di Paolo Saracino che ben rappresenta il fermento artistico-letterario seguito al rinvenimento delle sacre spoglie del patrono di Narni e alla loro collocazione nella Cella del Corpo Santo, sotto l’altare maggiore della cattedrale.
La tragicommedia “eroica” di Paolo Saracino vede infatti la luce nel 1657 pur se su alcune edizioni[2] appare curiosamente la data 1658, corretta a mano. Il motivo di tale intervento potrebbe derivare dai riferimenti cronologici forniti dal Saracino stesso che esordisce ricordando che sono passati “mille duicento ottantaue anni” dalla morte di san Giovenale e, prendendo a riferimento la data del 376, se ne deduce che qualcuno abbia ritenuto opportuno modificare la data dell’edizione a stampa. L’opera[3] merita comunque, continua l’autrice, di essere presa in considerazione alla luce delle vicende che caratterizzano l’impegnativo percorso affrontato dalle autorità religiose e laiche e dalla cittadinanza per confermare la presenza a Narni dei sacri resti del suo protettore. Questo testo teatrale, frutto della cultura e dello stile dell’epoca, è stato obliato nel tempo, complice probabilmente il giudizio negativo che riservò ad esso Giovanni Eroli che nella sua Miscellanea storica narnese spese parole severe nei confronti dell’autore e della sua opera ma, sottolinea Maria Luisi, se è fuor di dubbio che il testo del Saracino si presenta come “opera da vero secentista”, ricca di erudizione, impegnata a costruire un dramma secondo i più consoni canoni della drammaturgia coeva, è proprio come tale che va letta e interpretata. La trama del san Giovinale si fonda sulla sapiente mescolanza dei tre principali miracoli operati dal santo patrono e riconosciuti dai documenti ufficiali. Di tali miracoli vengono esaltate le positive conseguenze ed essi si trovano a fare da sfondo ad un’altra vicenda drammatica che si snoda lungo l’intero dramma […] infatti i miracoli fanno da cornice ad una storia d’amore e di conversione. Il San Giovinale, conclude Maria Luisi, si presenta come un’opera agiografica, un dramma sacro frutto di un vero e proprio atto devozionale dello scrittore nei confronti del santo protettore di Narni, e come tale nasce dall’ambiente e dal territorio in cui è stato ideato. Pertanto potrebbe essere definito opera cittadina e quasi “corale”, in virtù della spiritualità collettiva di cui si fa portavoce. Il valore del San Giovinale consiste innanzitutto nella sua valenza di documento storico […] e come tale è opera artisticamente compiuta e degna di considerazione critica, in attesa di una verifica performativa atta a definire il suo valore drammaturgico. Una performance alla quale auspichiamo di assistere quanto prima nel teatro di Palazzo che ci auguriamo di poter presto tornare a godere, aggiungiamo noi. |
[1] M. Luisi, a cura di, in “Iconografia musicale e drammaturgia per il rinvenimento di s. Giovenale a Narni”, Edizioni Torre dell’Orfeo, Roma 2019.
[2] Gli esemplari conservati nella Biblioteca Nazionale di Roma e nella Biblioteca Nazionale di Napoli. [3] Il dramma, oltre che nel saggio già citato, è consultabile presso la Biblioteca diocesana Beata Lucia di Narni che riporta la datazione non alterata. |