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La chiesa di san Giovenale di Rieti era di antichissima fondazione e se ne trova traccia nei registri farfensi già a partire dal X secolo.
La chiesa attuale, intitolata un tempo a San Vincenzo Ferrer, sorgeva nel quartiere ebraico della città, nei pressi della sinagoga a presidio della cristianità. Più tardi assunse il titolo di Santa Maria della Scala a seguito della miracolosa apparizione, nel 1739, dell’immagine piangente della Vergine nell’affresco lungo le scale del vicino palazzo Canali-Amati. L’affresco fu successivamente staccato e posizionato sull’altare maggiore della chiesa di san Vincenzo Ferrer cui fu associato infine il titolo dell’antica chiesa di San Giovenale in porta Carceraria, ormai diruta, che sorgeva nei pressi delle mura. Oggi la chiesa conserva il monumento funebre “Genio della Morte” di Bertel Thorwaldsen ed una tela del XX secolo di Vincenzo Montini con la Madonna del Carmine, San Giovenale, Santa Chiara, san Domenico e san Benedetto. In uno dei suoi dialoghi Gregorio Magno fa menzione del culto a Rieti di san Giovenale dove si narra che “al letto del vescovo reatino Probo, morente, sarebbero state viste da un ragazzo alcune persone in candide vesti e con volto luminoso, e alle grida di lui, il vescovo Probo si sarebbe svegliato e avrebbe detto: sono venuti a trovarmi san Giovenale e san Eleuterio martiri”. Dalla città di Rieti, suggerisce Letizia Ermini Pani, il culto di san Giovenale dovette propagarsi sino alla valle dell’Aterno dove a Fagnano risulta una ecclesia S.Juvenalis già menzionata nel 1188. Anche ad Amatrice sorgeva una chiesa intitolata a san Giovenale, purtroppo distrutta dal terremoto del 2016 che ha causato gravi danni anche alla chiesa di san Giovenale di Roccasalli di Accumoli, territorio di confine fra il Ducato di Spoleto e il Regno di Napoli prima e il Regno delle due Sicilie poi, dove la festa di san Giovenale –cui è dedicato l’altare maggiore della chiesa- si celebra nella domenica più vicina al 3 maggio. |
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La posizione sull’altipiano a poco meno di 1000 metri di altitudine e al centro di numerose vie di comunicazione fra Umbria, Lazio e Abruzzo ha garantito a Leonessa notevole importanza sia strategica che militare nel corso dei secoli. Il suo territorio si trovava al confine fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli cui è stata sempre fedele da quando, intorno alla metà del XIII secolo, gli abitanti dell’altipiano chiesero protezione a Carlo I d’Angiò per difendersi dalle incursioni delle numerose truppe di passaggio. I rifugiati si raccolsero dapprima intorno alla rocca di Ripa di Corno, soggetta al re di Napoli, e di lì a poco nacque un nuovo stanziamento per accogliere tutti i fuggiaschi che fu chiamato Gonessa, il cui documento di fondazione risale al 1278 ed il cui nome fu modificato in Leonessa sul finire del 1300.[1]
Per ragioni amministrative il vasto territorio di Leonessa fu diviso in sei parti chiamate “Sesti” i cui rappresentanti partecipavano al governo della città. Il Sesto di Forcamelone, che raccoglie tutte le Ville del “Piano di Sotto” aveva la particolarità di ospitare i forestieri che, accettando precise regole, entravano a far parte della comunità di Leonessa. Gli altri Sesti sono quelli di Corno, Croce, Poggio, Torre e Terzone. Ogni anno a fine giugno, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, si disputa il Palio del Velluto, una rievocazione storica rinascimentale riferita al 1541, anno in cui Margherita d’Austria, personaggio molto amato, era presente a Leonessa. Il Sesto vincitore si aggiudica il palio di velluto e la possibilità di far impersonare la figura della nobildonna ad una delle sue dame. In questo vasto territorio ben due chiese risultano dedicate a san Giovenale: una in plebatu Salae (San Giovenale di Leonessa) dove il codice Pelosius ricorda, fra le altre, una ecclesia S. Juvenalis che, in effetti, sorge tuttora al centro dell’omonimo borgo. Si tratta di un piccolo edificio ricostruito dopo il terremoto del 1703 che non mostra nessun segno dell’antica fabbrica se non nella parte inferiore del suo fianco sinistro[2]. All’interno, l’altare maggiore è ornato da una tela di ambito laziale riconducibile al XIX secolo che rappresenta una Crocifissione dove, ai piedi della croce, è riconoscibile San Giovenale insieme a san Giovanni Evangelista, la Vergine Addolorata e sant’Antonio Abate. Questa chiesina di san Giovenale sorge poco lontano dal santuario della Madonna della Paolina dove ogni anno alla fine di Agosto vengono organizzati i festeggiamenti che si aprono con la fiaccolata che parte proprio dalla chiesa di san Giovenale e raggiunge il santuario. Nei pressi della frazione di san Giovenale di Leonessa, che appartiene al Sesto di Torre, correva il confine tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio, ai nostri giorni il limite fra Lazio e Umbria. Per l’altra chiesa di san Giovenale che il codice Pelosius indica in plebato Furce Melonis la situazione è più scoraggiante in quanto risulta ormai non più esistente. Sorgeva ad una distanza di mezzo miglio dalla bella chiesa della Madonna del Carmine nell’omonima Villa[3]. Aveva una struttura piccola ed un altare con la Vergine e san Giovenale dipinti sul muro, apparteneva alla pievania di san Massimo e vi si celebrava la Messa del titolare la terza domenica del mese.[4] La ricognizione nel territorio di Leonessa ha inoltre evidenziato una tela del sec. XVII di autore ignoto che rappresenta san Giovenale e san Nestore ed è conservata nella chiesa di san Carlo Borromeo. [1] Giuseppe Chiaretti, Leonessa. Arte, Storia, Turismo, 1991. [2] Letizia Pani Ermini, Il culto di san Giovenale, le emergenze monumentali, BDSPU Vol.75, 1978. [3] Villa Carmine è una delle “Ville del Piano” nel Sesto di Forcamelone. [4] Luigi Casula e Mauro Zilli, Leonessa Sacra, 2011. |
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In località Casali di Serravalle, poco prima di giungere a Norcia, sopra un colle, doveva sorgere una chiesa chiamata appunto San Giovenale del Colle di cui non è rimasta alcuna traccia ma che il Pelosius[1] indicava come de plebato Nursiae, chiesa che quantunque sine cura, era tenuta al pagamento della colletta episcopale. Doveva quindi essere ben più antica di quel documento e fu distrutta da un terremoto, forse proprio quello del 1703 visto che alla successiva visita pastorale, nel 1712, non viene nominata. Al momento della nostra ricognizione non abbiamo potuto raccogliere nessuna ulteriore notizia circa l’esistenza di questa chiesa di cui nessuno sembra serbare memoria.
La chiesa di san Giovenale di Logna, anch’essa nominata dallo stesso codice Pelosius, sorge invece nel piccolo centro che, testimoniato già in epoca romana, si trova sulla strada che congiungeva Serravalle, alla confluenza dei fiumi Corno e Sordo, a Cascia. L’edificio è preceduto da un atrio in cui si trovano alcuni affreschi, di cui uno ritrae san Giovenale con la mitria e il mantello rosso e di aspetto giovanile. Sappiamo che all’interno le testimonianze relative al culto del primo vescovo di Narni sono piuttosto cospicue ma la chiesa ha subito danni dal sisma del 2016 e, al momento, non è possibile accedervi. Ci conforta il fatto che i lavori di consolidamento e restauro siano iniziati in questo 2026. [1] Il Codice Pelosius risale al 1393 ed enumera le chiese della diocesi di Spoleto. |