Parrocchia dei SS Giovenale e Cassio nella CATTEDRALE DI NARNI
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Dalla Valle del Tevere alla Via Flaminia


​Calvi

​Calvi sorge alle pendici del Monte san Pancrazio e svolge il ruolo di cerniera fra il Sud dell’Umbria e la Sabina.
La piccola chiesa rurale dedicata a san Giovenale, quasi una cappella, è probabilmente sorta su preesistenze molto più antiche come testimoniano i numerosi reperti archeologici conservati nelle vicinanze e presenti anche nella sua struttura. Si erge nella frazione dei Piloni e affaccia sulla strada provinciale che tra piacevoli saliscendi fra le colline coltivate a viti e olivi conduce da Calvi  ad Otricoli, l’antica Ocriculum che digrada fino al Tevere.
Ogni anno a Calvi, intorno alla metà di maggio, si festeggia il Patrono san Pancrazio[1]. I festeggiamenti  seguono un preciso rituale “secondo le antiche usanze e le patrie costumanze” per rievocare aspetti legati alla devozione  e alla storia, come la cerimonia della “revisione dei confini” memoria delle controversie sorte con il Comune di Narni che per mezzo del possedimento di Poggio minacciava la Terra dell’antica Carbio privandola delle essenziali risorse garantite della montagna oggetto del contendere.
Nella chiesa di santa Maria Assunta -che in passato fu cattedrale- si trova un affresco che mostra san Pancrazio vestito come un soldato romano[2] mentre nel bel Museo del Monastero delle Orsoline -nella Sala della collezione locale- è conservata una tela del XVIII secolo la cui collocazione originale era proprio la chiesetta di san Giovenale dei Piloni in cui san Pancrazio è ritratto con San Giovenale. Dalla visita pastorale del vescovo Castelli nel 1660 sappiamo che la chiesetta  di san Giovenale risultava sospesa e interdetta probabilmente per carenze strutturali o di suppellettili  mentre nella visita di mons. Picarelli del 1701 risultava nuovamente munita del corredo necessario per il culto. Nel 1718 l’Arciprete Gennari annotava che la chiesa di san Giovenale era utilizzata  per portare il viatico alla popolazione rurale, trovandosi la costruzione in piena campagna a più di tre chilometri dal paese, verso Otricoli.
La cappella di san Giovenale è oggi solitamente chiusa ma nella domenica più vicina al 3 maggio vi si celebra la s. Messa e gli abitanti del luogo, che hanno molto contribuito alla sua ricostruzione e conservazione, come specificato in un manoscritto all’interno della stessa, organizzano i festeggiamenti a conferma della vitalità del culto e della devozione al Santo.
Il luogo in cui sorge la cappella è affacciato sul vasto territorio che separa Calvi da Otricoli in cui si staglia il monte Soratte ad annunciare l’approssimarsi di Roma.  Da qui è facile comprendere l’importanza rivestita nei secoli da questi luoghi, ultimo baluardo in difesa della Via Flaminia e della capitale dell’Impero.
 
 
 
Bibliografia:
Pacifico Romano Benucci (*1) Le chiese e il Monastero di Calvi 1930
Pacifico Romano Benucci, La festa di san Pancrazio a Calvi, 1930
don Luigi Pallottini Calvi dell'Umbria, frammenti di storia,
Sandro Santolini, Pancrazio e Rinaldo Jacovetti. Una famiglia di pittori umbri fra la fine del '400 e l'inizio del '500, 1992
Franca Nesta d'Antonio Chiese, monasteri e conventi dell'antica Calvi, 2002
Franca Nesta d'Antonio San Pancrazio Martire, Comune di Calvi, 2004



[1] San Pancrazio, giovane di nobili origini, nacque in Frigia (Anatolia) e morì martire durante le persecuzioni di Diocleziano.

[2] Così come i “Signorini”, i quattro bambini che impersonano San Pancrazio durante le rievocazioni  e di cui solo il primo, con il vessillo rosso, raggiungerà la chiesetta di san Pancrazio costruita sulla cima del monte omonimo nel giorno della Festa


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La chiesina di san Giovenale dei Piloni

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Cecalocco

La chiesa di san Giovenale sorge isolata rispetto all’abitato di Cecalocco,  nei pressi dell’odierno cimitero, su un pianoro circondato da querce e inondato dai cespugli di ginestra la cui fioritura, in primavera inoltrata, spicca fra l’azzurro del cielo e le pietre dell’antica costruzione che volta l’abside al monte Solenne.
Le fonti ne parlano come san Giovenale di Battiferro.
Le caratteristiche costruttive della chiesa, in particolare quelle dell’abside, fanno pensare al tardo XII secolo, o forse al XIII[1] , ed è unita ad una più antica torre di avvistamento che nella parte terminale mostra il campanile a vela a due fornici aggiunto nel  corso del XVII secolo.
Adiacenti alla chiesa sono diverse  costruzioni che possono far pensare a stanziamenti monastici, visto il luogo isolato e come ipotizzato da Letizia Ermini Pani,  ma non è possibile stabilire se il complesso abbia mai avuto tale destinazione. Merita fermare però l’ attenzione  sul luogo isolato della chiesa e sulla sua dipendenza dal castello di Battiferro che Cinzia Perissinotto[2] suggerisce come  struttura militare a difesa del confine sud del territorio di Spoleto.
Sappiamo che dopo il Settecento la chiesa di san Giovenale cadde in rovina ed interventi di restauro sono documentati fra la fine degli anni ‘20 e l’inizio degli anni ’30 del 1900[3].
La chiesa ha un’unica navata e copertura a capriata, sfortunatamente crollata nell’ottobre  2024. A seguito di questo evento si è costituita l’associazione “Cecalocco per San Giovenale" con lo scopo di recuperare l’antica chiesa.
L’abside contiene un affresco raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Giovenale e Francesco Saverio e intorno, sulla parete dell’altare maggiore, è raffigurata l’Annunciazione con la Madonna a sinistra e l’angelo a destra sotto al quale si legge la data 1642, con al centro la colomba dello Spirito santo.
Sulla parete di destra si trova un affresco raffigurante un santo, forse San Carlo Borromeo, e a seguire  l’altare dedicato a Sant’Antonio da Padova, con sopra una tela datata 1642, raffigurante un Santo non identificato, San Giovenale, Sant’Antonio abate e Sant’Antonio da Padova.[4]
L’altare sulla parete sinistra, dedicato alla Vergine del Carmelo, è sguarnito di qualsiasi decorazione.
Ogni anno, nella seconda domenica di Luglio, Cecalocco festeggia san Giovenale insieme alla Madonna del Carmelo.
  


[1] L. Ermini Pani “Il culto di S. Giovenale nell’Italia centrale. Le testimonianze monumentali”, 1978

[2] C. Egizi, C. Perissinotto, “Battiferro e Cecalocco” in “I centri minori. Dalla storia al recupero dell’identità”, 1992, Perugia, Protagon Editrice p. 96-103.

[3] Presso l’archivio di Stato di Terni è reperibile tutta la documentazione relativa al lavori eseguiti fra gli anni ‘20 e gli anni ‘30 del 1900.

[4] M. Barbarossa, S. Sorcini Val di Serra, 2022
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Collescipoli

Quasi giunti a Terni, lungo il diverticolo che dalla Flaminia conduce a Collescipoli,  all’interno del cimitero comunale sorge l’antica chiesetta intitolata a s. Stefano. Don Gelindo Ceroni ci informa che l’origine di questa chiesa risale ai Rapizzoni-Arnolfi che vennero a stabilirsi in questa zona nel secolo XI in comitatu narniensi, secondo quanto   riportato dallo Iacobilli, e che questi edificarono, fuori della qualificata e riguardevole terra di Collescipoli,  la chiesa di s. Stefano che conserva una caratteristica molto particolare: un bassorilievo in marmo, che occupa quasi tutta la larghezza della facciata, posto sopra il portale.
La lastra centrale di quel bassorilievo raffigura una Crocifissione con Maria, s. Giovanni, s. Stefano ed un santo vescovo che è facile  riconoscere in san Giovenale per il fatto che il nome Iubenalis è riportato proprio sotto l’immagine nell’epigrafe dedicatoria di seguito riportata, e in quanto -come detto-  a quel tempo il territorio di Collescipoli rientrava nella diocesi di Narni di cui san Giovenale era il protettore.
­
AD HONORE(M) DOMINI NOSTRI
IE(S)U CHR(IST)I BEATEMARIE VIRGINIS ET BEATI
STEPHANI PROTOMARTIRIS ADQ(UE) IUBENALIS.
 
Sulla restante parte della fascia marmorea sono incisi due instrumenti cioè i contratti attraverso i quali i benefattori fanno dono della chiesa di s. Stefano a Lupone presbitero, che accetta,  e lo nominano perpetuo rettore di quella chiesa con i suoi successori. La donazione avviene nell’anno 1093 e questo rogito notarile trascritto sulla facciata rende la chiesa un caso piuttosto raro.
 
Per la costruzione della chiesa, di stile romanico, furono impiegati molti materiali di spoglio probabilmente provenienti  da preesistenti edifici funerari romani che probabilmente in origine si trovavano lungo la via Flaminia e sono ora chiaramente identificabili  nella muratura.
Al suo interno, insieme ad alcuni altri affreschi cinquecenteschi,  si nota un  Santo Vescovo, forse san Valentino,  una Madonna del latte fra Santi attribuita, sembra, al Maestro di Narni del 1409 e, nel sottarco dell’altare maggiore, un altro santo vescovo, probabilmente san Giovenale.
 
Bibliografia:
  • L. Iacobilli, Vite dei Santi dell’Umbria, 1647
  • G. Ceroni, Collescipoli: il castello e le chiese, 1915
  • C. Angelelli, La chiesa di S. Stefano di Collescipoli: un caso di reimpiego, in “Bollettino della deputazione di storia patria per l’Umbria”, 94 (1997)
  • S. Sorcini, www.I Luoghi del silenzio
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Macerino

La chiesa di san Giovenale di Macerino sorge isolata rispetto all’abitato e ormai inglobata all’interno del cimitero locale. E’ a navata unica con il tetto a capriate ed un caratteristico portale laterale a forma di ferro di cavallo mentre l’abside, che sembra essere la parte più antica della struttura, è ornata da tre affreschi, quasi scomparsi, di cui uno ritrae san Giovenale in abiti vescovili.
Malgrado l’attuale isolamento del paese, Macerino si trovava su un percorso importante che univa Carsulae a Spoleto e, di fatto, la valle del Tevere con la Valle Umbra.  Prova ne è il passaggio della  nobile romana Porzia, in viaggio verso Treviri, in Germania, che qui trovò la morte per una caduta dal mezzo che la trasportava, circostanza testimoniata dal ritrovamento nella chiesa di san Giovenale, del suo sarcofago di marmo risalente al IV secolo, sarcofago che è ora conservato nel  Museo del Ducato, nella Rocca albornoziana di Spoleto.
Macerino, faceva parte delle Terre Arnolfe (terre cedute allo stato pontificio da Enrico II, ultimo re di Germania e imperatore della dinastia sassone, a fronte della cessione da parte dello stato della chiesa di alcune terre in Carinzia.)  Il primo documento in cui appare Macerino è del 1093, contemporaneo al citato instrumento di Collescipoli.
Il culto per san Giovenale si è affievolito e il 3 maggio a Macerino si festeggiano i santi Filippo e Giacomo.
 

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Magliano Sabina

“Al quartiere di San Giovenale, nel punto più alto della città, il palazzo Orsolini-Cencelli domina le sequenze di vicoli ed archi di chiara origine medievale. E’in questi paraggi che sorgeva l’antichissima chiesa di San Giovenale, intorno alla quale iniziò ad opera dei Longobardi, poi dei monaci dell’Abbazia di Farfa, l’espansione di quella che è l’odierna Magliano Sabina”.[1]
Nel dopoguerra la chiesa di san Giovenale fu demolita e al suo posto sorse una palazzina.
Proprio di fronte alla palazzina c’è un sottopassaggio con antico soffitto  e nella piccola edicola ancora esistente trovava posto una statua di san Giovenale ora sostituita da un’immagine mariana.


[1] G. Poeta, Storia di Magliano Sabina. Dalla preistoria al dopoguerra, 2002 
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Questa vecchia cartolina che mostra la chiesa di san Giovenale di Magliano appartiene alla collezione Ballanti e proviene dall’archivio digitale di Guido Poeta. Ci è stata gentilmente concessa dall'associazione culturale Antonio Piazza di Magliano S., che ringraziamo.


​Nocera Umbra

​Sembra che nei pressi di Nocera Umbra sia esistita un’antica chiesa intitolata a san Giovenale nel luogo che oggi si chiama Case Basse. Ora vi si trova una chiesa di nuova costruzione intitolata a san Giovenale ma il culto non sembra così vivo e la chiesa è momentaneamente inagibile.
A Bagnara di Nocera Umbra  una sorgente d’acqua, che rifornisce l’acquedotto perugino, è intitolata a  San Giovenale.  

Orvieto

L’antica chiesa di san Giovenale è una originale costruzione romanica che si erge sul ciglio della rupe orvietana, la fronte rivolta a occidente”[1]. L’edificazione della chiesa come oggi la conosciamo avvenne in fasi successive fra il XII e XIII secolo su probabili resti di un edificio di culto del 1004. Il complesso era forse provvisto di un ospedale e di un monastero[2] ed ospita un ciclo di affreschi risalenti a più fasi, di cui alcuni sui pilastri cilindrici in muratura. Sono presenti degli archi ribassati lungo le pareti interne delle navatelle, forse una citazione della cattedrale narnese[3]. L’esterno in blocchi di tufo è caratterizzato dalla presenza del campanile impostato su una torre costruita a difesa del lato occidentale della città che occupa la parte sinistra della facciata.
San Giovenale è ritratto più volte negli affreschi della chiesa e rappresentato anche nella lunetta a conchiglia di pietra arenaria datata 1497 che sovrasta l’ingresso meridionale della chiesa, oltre che nel capitello dell’altare, insieme a san Michele arcangelo e ad un monaco orante.
La posizione di avamposto sulle mura svolto dalla chiesa sembra confermare anche ad Orvieto la  funzione di defensor civitatis del Santo. Letizia Ermini Pani definisce la chiesa di Orvieto la memoria archeologica forse più importante dopo il duomo di Narni.[4]
 
La pala dell’altare maggiore, dipinta da Jacopo da Bologna (1465-1516), fu portata nel Museo dell’Opera del Duomo per preservarla dalle cattive condizioni in cui versava la chiesa prima dei restauri del 2004. Vi sono dipinti la Madonna con il Bambino fra san Giovenale e san Savino. La predella della pala illustra tre episodi della vita di san Giovenale: papa Damaso che ordina vescovo Giovenale, il tentativo infruttuoso di fargli mangiare la carne immolata a Bacco e  il battesimo di un gran numero di narnesi dopo l’avverarsi di quel miracolo.


[1] C. Pacetti L’antica chiesa di san Giovenale in Orvieto

[2] Dalla fine del XII secolo i Padri Guglielmiti, il cui fondatore, Guglielmo di Malavalle, è ritratto anche in una tela che si conserva in sant’Agostino a Narni.

[3] R.Davanzo Un percorso tra spazi e scelte architettoniche medievali  in La chiesa di san Giovenale in Orvieto. Un percorso tra arte e fede, 2014

[4] L. Ermini Pani Il culto di san Giovenale: le testimonianze monumentali, 1978 
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Poggio san Giovenale

Lungo la strada provinciale che da Sismano si dirige a Nord, prima di arrivare alla curva che scopre un bel panorama di Todi si trova l’indicazione per Vocabolo S. Giovenale.
Il luogo viene chiamato anche San Giovenale di Colle Cerasi   o Case Poggio san Giovenale e conduce all’edicola (detta mestaiola) di san Giovenale che è una piccola cappella dedicata alla Madonna dei Sette Dolori, sorta sulle rovine di un precedente edificio.
In una brochure  contenuta nel libro di poesie a cura di un residente[1] del luogo si legge: “La mestaiola di san Giovenale è situata al quadrivio in cui si incrociano le strade che portano a Todi, a Colvalenza, a Collesecco e a Sismano. Non sappiamo perché il luogo porti il nome di Poggio san Giovenale, ma di una chiesa dedicata a questo santo troviamo testimonianza in una nota contenuta nel Dizionario Topografico Tudertino, manoscritto del 1765, di G.B. Alvi:
S. Giovenale di Colle Cerata nel plebato di Santa Vittorina – 1487.
E’ registrato il trasferimento per mano del notaio Pietro Monaldo, foglio 126 del 17 settembre, a causa della morte di don Bartolomeo da Galera.
Ne fu traslato il titolo nella chiesa di Santa Vittorina[2] dopo che andò in rovina la chiesa  e il beneficio, che era un canonicatello di detta Santa Vittorina, verso Sismano, fu unito alla parrocchia di san Benedetto di Todi[3].”
Nel citato libro di poesie se ne trova anche una intitolata “La Madonna di san Giovenale”, festività che si celebra nel rione il 15 settembre.
 
 


[1] L. Falchetti, a cura di, Andrea Scatteia, contadino-poeta, 2025 disponibile presso la Biblioteca di Avigliano Umbro.

[2] La chiesa di santa Vittorina è stata depredata e il tempo e l’incuria ne stanno causando la distruzione,  S. Sorcini,
   I luoghi del silenzio .

[3] La chiesa di san Benedetto di Todi è di proprietà privata.

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Rimini

Nota: questo articolo, scritto da Enrico Morolli, è interamente tratto dalla rivista "Il Ponte" di Rimini .
Tra le diverse chiese scomparse nel territorio riminese, in varie epoche e per varie cause (guerre, distruzioni, eventi naturali, passare del tempo, incurie varie) ve n’è una che merita di essere ricordata. Mi riferisco alla Chiesa medievale di San Giovenale, esistente fin dal primo millennio ed ubicata nel territorio di Viserbella. Ho trovato la prima notizia di questa cappella che aveva la dignità di parrocchia, leggendo l’opuscolo parrocchiale viserbellese dell’anno 2000 pubblicato nel 50° anniversario della costruzione della chiesa, nel quale, tra l’altro, si legge quanto segue: “in qualche trattato, è scritto che nella nostra zona, nel secolo XI c’era un luogo molto importante chiamato Chiesa di San Giovenale, dove convergevano non solo i pochi abitanti di Viserbella, ma anche quelli di Viserba e di Viserba a Monte”.
Incuriosito da questa citazione, mi sono recato presso diversi archivi storici e alla biblioteca Gambalunga di Rimini. Ho consultato documenti, manoscritti, carte topografiche di varie epoche e vari testi fra i quali quelli di Currado Curradi, Cesare Clementini, Luigi Tonini e Francesco Gaetano Battaglini. Procedendo nella ricerca di attestazioni che confermassero l’esistenza di San Giovenale, ho iniziato nella disanima, partendo dai documenti più antichi.
Procedendo con ordine
Vi è inizialmente una bolla di Papa Benedetto IX del 1033, con la quale venivano concesse al Monastero dei SS. Pietro e Paolo (l’odierna abbazia di San Giuliano), presso il ponte marmoreo, chiese e beni situati in città e nella diocesi di Rimini. A questo cenobio riminese, si legge, erano tra l’altro assegnate “la Pieve di San Martino di Bordonchio, la corte di San Patrignano con le chiese di San Giovenale, San Lorenzo in Filicino, di San Pietro in Salto, di San Mauro, la cella di San Martino in Riparotta, Santa Maria in Bulgaciano ed il Monastero di San Vitale dentro le mura della città”. Nella successiva bolla, del 25 marzo 1078, si ha conferma di questo. Infatti qui è detto che il Papa Gregorio VII concede a San Giuliano la pieve di Bordonchio con la corte di San Paterniano e le chiese di San Giovenale, San Lorenzo in Filicina, San Pietro in Salto, San Mauro e la cella di San Martino in Riparotta e metà della Pieve di San Vito con i fondi Quadraginta e Fontana Sabina (Apografi Garampi n. 32). Un’altra fonte di grande interesse è il Liber istrumentorum, del 1139, che riporta tre registrazioni dei possessi della canonica riminese nella città ed in alcuni plebati della diocesi. Limitandoci ad esaminare solamente quelle relative a tutto il secolo XII, nella pieve di San Vito, è nominato il fondo di San Giovenale in cinque registrazioni. La più antica è una donazione di terra del 1058: “Rivurn qui pergit S. luvenate”.
L’esistenza e l’importanza della chiesa si confermano meglio con la Bolla del Papa Lucio I del 1144. Da questo documento risulta che la Pieve di San Vito ha solo due chiese dipendenti che sono Santa Giustina e la nostra San Giovenale. Molti sono i documenti successivi, fino al 1300, in cui si trovano notizie sul distretto plebano di San Vito. Alla fine del ‘200, ad esempio, come viene elencato nelle Rationes decimarum Aemilia (collana di studi e testi sulla decima papale in Italia del 1933) le chiese di Santa Giustina, di San Giovanni in Perareto (alias S.Giovanni in Bagno), e di San Giovenale pagavano le decime. Vi sono poi pergamene e registri cartacei del monastero di San Giuliano, il quale, oltre a possedere molti beni nella zona, vantava il privilegio della elezione del sacerdote incaricato di reggere alcune cappelle del pievato.
Il prete tedesco
Sappiamo da questi documenti che nel 1368 fu nominato come rettore della chiesa di San Giovenale un prete tedesco di nome Giovanni e successivamente è ricordato Don Benedetto. Fin dalle più antiche notizie del secolo XI essa risulta sempre compresa nel distretto plebano di San Vito; tale legame è confermato da circa trenta documenti del ‘300, per la maggior parte relativa a possessi e diritti dell’Abbazia di San Giuliano su San Giovenale. Alla fine sempre del ‘300, ritroviamo nel Decimario di Leale Malatesti, vescovo, nella trascrizione di Antonio Bianchi dei primi dell’800, ed in quella settecentesca di Giuseppe Garampi, la conferma che nel territorio esisteva la chiesa di San Giovenale perché la medesima pagava, almeno fino al 1380, le decime alla diocesi (copie di manoscritti esistenti presso la Biblioteca Gambalunga di Rimini).Tra il ‘400 ed il ‘500, mentre la pieve di San Vito estendeva la sua giurisdizione sull’antico distretto plebano di Bordonchio, tra Bellaria e Rimini, numerose sono le citazioni sulla chiesa di San Giovenale con fondi a lei attribuiti.
La chiesa scompare
Si perde memoria di questa chiesa solo nel XVI secolo, quando nell’anno 1571, esattamente il 13 di giugno, il Vescovo di Rimini Giovanni Battista Castelli compie una visita pastorale nella zona. Questi elenca come dipendenti da San Vito le chiese parrocchiali di San Martino in Riparotta, Santa Giustina, San Martino di Bordonchio a cui è unita la chiesa di Santa Margherita de Bellaere (Bellaria), ma non cita la chiesa di Viserbella, in vicinanza del litorale, caduta in rovina e quindi abbandonata dalla popolazione, anche perché il luogo era divenuto deserto, malarico e senza strade di comunicazione. A seguito di questo, si trasportarono le reliquie del Santo presso la chiesa San Martino in Riparotta con un apposto sacello nel 1567. A conferma di questo trasferimento esisteva una lapide seicentesca, citata dal Ferretti nella Prima visitatio diocesis (Archivio vescovile di Rimini) andata poi distrutta, insieme alla chiesa, nei bombardamenti del 1944. Tale lapide, posta alla destra del portale maggiore di San Martino in Riparotta, così recitava: “Essendo crollata la chiesa di San Giovenale, che si trovava vicino al lido, ed essendo ormai pochissimo frequentata, Giovanni Antonio Odescaichi, canonico rettore della Cattedrale di Rimini e provveditore per le necessità dei parroci, dopo aver trasportato qui le sacre reliquie, dedicò a San Giovenale questo sacello eretto dalle fondamenta ed ampliò questa chiesa di San Martino il 1 aprile 1567, al tempo in cui era vescovo di Rimini Giulio Parisani. Successivamente essendo caduto in rovina, il rettore Andrea Cicognani dottore in filosofia e sacra teologia, ne curò il restauro a gloria dei Santi Giovenale e Martino ed affinché, a vantaggio della sua anima, vi si celebri il divin sacrificio tre volte alla settimana e tre uffici di dodici messe ogni anno in perpetuo, con il consenso dei superiori, nell’anno del Signore 1645”. Del sacello, come si è detto, si perse memoria per le vicende dell’ultima guerra, anche se alcuni anziani di Viserbella che frequentavano la chiesa di San Martino di Riparotta testimoniarono di aver visto la lapide o colonna, prima dello scoppio del conflitto. Successivamente i beni della chiesa di San Giovenale, passarono alla parrocchia di San Giovanni in Bagno prima ed alla nuova chiesa di Viserba Mare poi, divenuta parrocchia nel 1925. Quanto all’ubicazione della chiesa di San Giovenale, il Clementini nel suo Raccolto istorico della fondazione di Rimino del 1621- 1627, a pag. 246, così la indica: “come anco era poco tempo fa la Parrocchiale di San Giovenale, tre miglia da lungi sopra il lito del mare”.
Dalla chiesa alla strada
Questa indicazione corrisponde alla posizione su una carta topografica di Forlì del 1888 che ho consultato, in cui figura San Giovenale circa a questa stessa distanza, a monte dell’attuale Centro di riabilitazione Villa Salus e della foce del rio Brancona, ora tombinato, confine tra Viserbella e Torre Pedrera. Rimase comunque il toponimo di San Giovenale fino alla fine del XIX secolo. Attualmente c’è poi una via San Giovenale verso Viserba Monte – Orsoleto, a testimonianza che anche in quella zona c’erano dei fondi appartenenti a questa antichissima chiesa, nonché parrocchia di Viserbella. Pertanto, da tutti i documenti che ho potuto consultare, fino alla prima metà del 1500, Viserbella, o perlomeno quel territorio limitrofo dell’entroterra, denominato San Giovenale, vantava una chiesa, (i cui resti oggi sono scomparsi) che funzionava da parrocchia, con un proprio sacerdote residente (rettore) con parecchi beni e che serviva gran parte della popolazione di questa zona rivierasca a nord di Rimini.
Enrico Morolli
 

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Fonti e bibliografia

​Sogno nella notte di San Giovenale
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Il restauro del busto reliquiario
Il restauro della cella reliquiae 
Le celebrazioni in onore del Santo Patrono
Omaggio degli sbandieratori della Città di Narni a San Giovenale
​Rassegna corale "A cantar san Giovenale"
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Caccia al tesoro
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Convegni di studi​

Nota:
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