Cronologia e tipologia delle fonti[1]: VitaBHL 4614 (recensio Narniensis), prima dell’802, di autore narnese. Potrebbe trattarsi della riscrittura d’età carolingia di un precedente documento altomedievale. Ne esiste una versione (recensio) beneventana, più tarda, una riscrittura esclusivamente stilistica, dove non sono alterati i dati contenutistici.
In sancto Iuuenale Hymnus (Clarescat terra) (I: ICL 2354; II: ICL 17987; III: ICL 2256) sec. IX, di autore quasi certamente narnese. Scritto prima del trafugamento delle reliquie perché il testo non ne tratta e quindi precedente alla datazione della Translatio che è certamente dopo l’ 882.
Esiste un altro inno dal titolo Hymnus de sancto Iuuenali (Exultet plebs) che riprende le tematiche miracologiche della Vita BHL 4614 (il rinnovarsi del pane e del vino nel piccolo calice, l’allontanamento dei nemici invasori, il liquido profumato per guarire gli infermi, il salvataggio dei naviganti), eccetto il miracolo dell’indemoniato che rompe una finestra, la cui strofa è però mutila.
Translatio ss. Iuvenalis et Cassii Narniensium episcoporum LucamBHL 4615 databile alla metà del X secolo. La Translatio ha due versioni di cui una presente negli Acta Sanctorum, un’altra a cura di Adolf Hofmeister in Monumenta Germaniae Historica che si avvale anche di un codice lucchese.
Miraculum anno MCCXXXIII a s. Iuvenale patratum BHL 4616 Questo testo è pubblicato nel volume di maggio degli Acta Sanctorum e tratta della guarigione di uno storpio.
Miracula Sancti Iuvenalis martyris Beneventi operata 4613m Si tratta del secondo documento agiografico che riguarda la presenza del culto di san Giovenale a Benevento, oltre alla recensio beneventana della Vita. Sembra che i Miracula Beneventi operata siano stato trascritti nello scriptorium del monastero di santa Sofia, chiesa più volte richiamata nel testo, alla metà del XII secolo per la chiesa di san Salvatore che fu consacrata nel 1161 e dotata delle reliquie di alcuni santi fra i quali san Giovenale.[2]
Vita di san Giovenale (BHL 4614) La breve[3] biografia che segue è una sintesi della traduzione in lingua italiana della Vita di san Giovenale datata tra il IX e il X secolo[4]. “Mentre ormai quasi tutte le città erano giunte alla fede di Cristo grazie alla predicazione dei martiri, solo la città di Narni [che prima era chiamata Nequinum] non riceveva assolutamente nessuno che predicasse la grazia di Cristo. Infatti lì vi era tanta venerazione degli idoli che nessun posto vi si poteva trovare dove non si sacrificasse nei templi a Giove, a Giunone, a Marte, a Saturno, a Diana, a Fortuna, a Venere, a Minerva, a Giano, a Cerere, a Chirone, a Nettuno, a Vulcano e ogni giorno di più qualsiasi altro idolo. Avvenne che l’imperatore Augusto muoveva guerra contro i Persiani e da tutte le città prendeva con sé l’esercito: solo Narni si rifiutò di uscire in guerra con lui. Pertanto concesse la città alle scorrerie della popolazione dei Carpi. Entrarono, devastarono ogni cosa e distrussero la città con un incendio. Quando l’imperatore ritornò con la vittoria e con molto bottino, rattristandosi per questa città, ordinò che ne fosse ricostruita la parte centrale e vi costruì anche un ponte di meravigliosa grandezza e senza eguali, vi fece passare un acquedotto e fece entrare a Narni cittadini presi da diverse città. E posto ad essa il nome del fiume Nera, che esce fuori come dal naso del vitello che sembra scolpito nella roccia, fu chiamata Narni Colonia.
La città di Narni era visitata da molti Santi[5]: da san Terenziano e da san Feliciano e da san Valentino continuamente e tuttavia, come abbiamo detto, di nessuno accoglieva la parola di salvezza. Accadde tuttavia che san Giovenale, sacerdote, di professione medico, dall’Africa[6] si dirigesse a Roma. E quando fu accolto nella casa della matrona Filadelfia, che discendeva dalla famiglia dell’imperatore, ella si informò e apprese che la sola città di Narni non aveva un vescovo. Avendovi però trovato uomini e donne della stirpe degli Anicii[7], fedeli a Cristo, si recarono tutti insieme a Roma per chiedere al Papa Damaso che Giovenale fosse ordinato vescovo e così avvenne. San Giovenale esortò subito il popolo narnese ad allontanarsi dagli idoli e diventare fedeli di Cristo. Eresse un tempio in onore del santo martire Valentino[8] e lì celebrava i santi misteri e faceva cose meravigliose e molti miracoli. Un giorno accadde che, mentre si recava a detto tempio, giunse presso un toro d’oro. Subito uscì dal tempio l’uomo che vi sacrificava e, trattenendo il santo, si sforzava di infilargli nella bocca con la spada la carne di vittima immolata agli idoli ma la spada, al contrario, si conficcò nella sua gola e il sacrilego morì. Vedendo questo la gente di Narni fu sorpresa: credettero e furono battezzati quasi in duemila, uomini e donne. Dopo quasi quattrocento anni dal sacco di Nequinum, accadde che la discendenza di quegli stessi Carpi[9] che l’avevano precedentemente distrutta, procedeva dai propri paesi a devastare le città. Giunsero alla valle che si trova fra Terni e Narni e assediarono Terni che fu presa e ne riportarono una gran preda, uccidendo numerosissime persone. Poi presero d’assedio Narni[10], mentre ancora era vivo san Giovenale. Questi, fatta una preghiera al Signore insieme ai suoi fedeli, cantò un Salmo stando sulla cerchia delle mura: “Siano Signore, le vie di costoro buie e pericolose e il tuo angelo li perseguiti: giunga ad essi un’insidia che ignorano e si impadronisca di loro la trappola che avevano nascosta” e aggiunse questa preghiera: “O Dio, concedi a questa città la gioia della rovina dei Carpi, affinché credano, poiché tu sei il solo Dio, per il nostro Signore Gesù Cristo tuo figlio, che vive in eterno con te, con lo Spirito Santo nei secoli dei secoli”. E avendo risposto tutti “Amen” all’improvviso tuonò dal cielo il Signore e l’Altissimo emise la sua voce, scagliò le sue saette e li disperse, moltiplicò le folgori e li sconfisse. Così più di tremila uomini con le loro armi furono sprofondati e non si videro più e Narni fu liberata. Allora san Giovenale, dichiarato il digiuno, celebrò i santi misteri. Aveva un calice di vetro cristallino, piccolo certamente, ma rinomato per il suo potere. Mentre tante migliaia di persone avvicinavano ad esso le labbra, ancora non era riempito di nuovo dal sacerdote, che il liquore contenutovi aumentava. Allora tutti glorificavano Dio che si era degnato di mostrare simili cose attraverso il proprio servo Giovenale. Passati poi sette anni dalla sua consacrazione, Giovenale esalò l’anima e fu sepolto presso la Porta Superiore, sulla via Flaminia, al cinquantesimo miglio dalla città di Roma nel giorno settimo delle Idi di Agosto. In verità il suo dies Natalis è celebrato il quinto giorno delle None di Maggio [il tre]: giorno nel quale fu ritrovata la croce del Signore, da Elena, madre dell’imperatore Costantino, nel luogo detto Calvario, a Gerusalemme.
Più di quaranta uomini raccontano che la loro nave aveva scampato un pericolo ormai incombente grazie alle preghiere di san Giovenale. Navigavano dunque circa trecento marinai che dall’Oriente si dirigevano al porto su una nave carica di merce; e mentre navigavano attraverso mari tranquilli e sicuri, a mezzogiorno sopraggiunse una notte buia, si misero a soffiare vènti, tuonò la tempesta con una tromba d’aria. Affondava la nave così che credevano non restasse nessuna speranza di vita. All’improvviso apparve loro un angelo del Signore sotto l’aspetto di san Giovenale che stava in piedi sopra le acque. Ed essi vedendolo dissero: “Se sei un uomo di Dio, salvaci!” E quello distese le mani e pregò per loro e sùbito giunsero al porto della sicurezza desiderato. Allora gli chiesero chi fosse ed egli disse loro “Io sono Giovenale, vescovo di Narni. Rendete grazie a Dio che vi liberò. E se vorrete cercarmi mi troverete presso la Porta Superiore[11] di quella città”. E dicendo queste cose sparì dai loro occhi ed essi, completamente stupiti, glorificavano il Signore. Fatte le loro cose, quegli uomini mandarono quaranta ambasciatori a Narni, come detto, con grandi doni. Compirono un viaggio di due giorni e quando arrivarono a Narni cercavano dove fosse il loro liberatore Giovenale e quando seppero che era già morto vollero vedere il suo sepolcro. Uno di essi che era affetto da febbre quartana, appena toccata la sua tomba, sùbito vomitò un veleno bilioso e se andò sano. I quaranta consegnarono i doni al beatissimo vescovo Massimo, successore di Giovenale, ed espressero il desiderio che si costruisse una basilica con la confessione, cosa che fu fatta[12]. Riposto in un luogo segreto il corpo santo, la confessione risulta costruita con pietre d’oro e d’argento e sopra il suo venerabile corpo incisero un carme:
Secreti locvs intvs inest santiqve recessvs C’è all’interno il luogo del segreto, il vano del santo quem famvlvs Christi sanctvs Ivvenalis elegit. che scelse il servo di Cristo, san Giovenale. Rvpe cava placvit abscondere membra sepvlchro, Piacque nascondere le sue membra in una roccia cava come sepolcro, ne pollvta manvs sacrvm contingere possit in modo che mano contaminata non possa toccare il santo corpo: sanctorvm meritis electvs in astra. Per i suoi meriti alzato alle stelle, quale compagno dei santi.
E da quella confessione ogni anno, nel giorno della nascita di san Giovenale, emana tanta acqua di sudore che viene raccolta e conservata in ampolle e, mescolata con dell’olio santo, viene portata ai malati che con l’aiuto del Signore, guariscono. Queste imprese di san Giovenale sono state pubblicate per volontà del beatissimo vescovo Massimo, sotto la richiesta di coloro i quali, essendo stati da lui salvati, vollero conoscere la sua vita e le sue azioni. E ritornati con grande gioia ringraziarono il signore per Gesù Cristo, al quale è l’onore e la gloria, la lode e il potere, insieme allo Spirito Santo nei secoli dei secoli.Amen"
Di Giovenal la gloria splenda in terra, mentre Egli esulta tra l’eteree schiere. Nell’alto usbergo la città di Narni risplende tutta. L’Africa, Questi, per voler divino nascer fece prudente e d’indol mite; delle Sacre Lezion, cultore egregio, bello di mente. La Provvidenza non volle che tanto fertile pianta fosse senza frutto: recarsi a Roma fu celeste impegno con Cristo a guida. Ecco allor che la nobil Filadelfia accolse Giovenal in sua dimora per amor divino e dei fratelli, come vuole suo nome. Sperimentate le virtù dell’ospite, sommessa prece al Romano Pontefice indirizzò perché volesse l’infula offrir di Narni. Là, cittadini supplicavan gl’idoli di Giove, di Mercurio, Marte e Venere dalla loro menzognera luce stupidi e soggiogati. Giunto il Servo di Dio, fu manifesto il grand’error alla città ingannata che con la verità prest’ebbe chiara la via del Cielo. Lui, sgominato l’empio culto degli idoli, ne infranse l’ara e solidale a Cristo destò figli d’Abramo con soave molcente eloquio. O Giovenal a Te sommesse preci tutti leviam perchè nostro Signore da Te esortato voglia liberarci da morte eterna!
(II: ICL 17987) Mentre porgeva veritiero annuncio un empio sacerdote volle dargli carne dell’animal che aveva appena sacrificato. Ma Giovenale vescovo di Cristo, con volto fermo ed intenzione pura la carne rifiutò perché voleva confessar Cristo. Volle il giudice irato aprir la bocca di Giovenale con forza infilando fra i suoi denti la lama che procaccia carne agli dei.
Pien di Spirito divino, Giovenale mangiar non volle la profana carne volendo conservar pure le labbra al divin Pane. Con rabbia dalla bocca a Giovenale la dura lama estrasse. Misteriosa fu l’azione di Dio che la ritorse a colpirgli la gola. Tutti i presenti, visto il gran miracolo chieser l’acqua lustrale di ricevere; seguire Cristo fu richiesta unanime al Santo vescovo. Accolti tutti nel cristiano numero di Valentino all’ara si recarono perché sacrata fosse un’ostia al Padre Onnipotente. Di sangue pieno il cristallino calice porse alle turbe e le sacrate specie, per virtù somma si moltiplicarono per nutrir tutti. O Giovenal a Te sommesse preci tutti leviam perchè nostro Signore da Te esortato voglia liberarci da morte eterna! (I: ICL 2256)
Questa è la prova del Campion di Cristo: Narni era stretta da severo assedio, non entrava eversor, ma tra le mura serpeggiava la peste. Per le preghiere e le supplici lacrime del taumaturgo santo Giovenale voragine s’aprì nelle cui fauci sparve il nemico. Fu così vittorioso dell’ostacolo e il popolo narnese d’ogni ceto si strinse intorno a Giovenal offrendo la fede in Dio. Per un nemico da se stesso ucciso sorsero a vita tanti battezzati; ora, dopo consunta la materia, tutti risorgon. Non solo a’ figli suoi porse l’aiuto da buon pastor, ma pure a’ naviganti in violente tempeste ruinanti tese la mano. Il fatto mostrò quanto Giovenale accetto fosse al Signor nostro Dio; i suoi trofei lo fanno superiore anche di Saul. Col calice ricolmo elevò grazie al mite Agnello, al Salvator che nutre l’anime sole e disperate dando di sé Particola. Così la terra inghiottì l’inimico, come avvenne a Datàn ed Abirone; sempre furono rei davanti a Dio i superbi di cuore. Turbini, venti, procellose nuvole lontani tien di Giovenale la prece Egli salva i fedeli suoi devoti da sciagure marine.
O Giovenal a Te sommesse preci tutti leviam perchè nostro Signore da Te esortato voglia liberarci da morte eterna! Translatio ss. Iuvenalis et Cassii Narniensium episcoporum Lucam (BHL 4615 e BHL 4615a) Quella che segue è una sintesi[14] della Translatio, il racconto agiografico che riguarda il trafugamento dei corpi di san Giovenale e San Cassio avvenuto all’inizio del X secolo (901-902) da parte di Adalberto II di Toscana che li portò a Lucca. Se ne propone qui un riepilogo secondo Hofmeister che, come detto, si avvale della versione già presente negli Acta Sanctorum e di un codice lucchese.
“Dobbiamo soffermarci sulla lode di tutti i santi ma riteniamo particolarmente sbagliato tacere soprattutto per quanto riguarda i nostri patroni. Difendono tutti; e come in precedenza hanno lottato per i loro concittadini, sebbene non ne siano stati seguìti, tuttavia ancora combattono per loro e per loro pregano; sono essi a difenderci e custodirci, a proteggerci e splendono in mezzo a noi per i loro miracoli famosi. In questo gruppo rifulge il nostro meraviglioso e glorioso san Giovenale. Oh quanto è necessario pregarlo, amarlo, lui che amò tanto la sua Chiesa, che trionfò pur tra molte sofferenze; portò con sé i credenti fino alle stelle del cielo. Quindi il beato Giovenale nel momento in cui per i suoi fedeli andò in esilio e subì la seconda volta il martirio[15], per i suoi fedeli pianse, gridò, sparse il sangue. Con l’aiuto del Signore, purché non si restasse privi di un simile patrono, fu riportato a Narni con grande onore, col suo stesso aiuto, la preghiera dei venerabili chierici e la richiesta del nobile popolo del luogo suddetto. Ci accingiamo a raccontare con ordine, per quel che è possibile, in che modo fu portato via e poi ritornò. Accadde dunque che un potente e nobile marchese di Toscana a nome Adalberto si recò a Roma per portare ossequio al pontefice e per visitare le tombe degli apostoli e mentre passava per Narni credeva che sarebbe stato ubbidito dagli abitanti ma quelli, essendo soggetti al pontefice, rifiutarono di sottomettersi a lui. Non molto tempo dopo, mentre Adalberto un giorno era in presenza del pontefice, si trovava lì anche un cittadino narnese di nobili origini a nome Demetrio[16] e Adalberto disse che i Narnesi si erano mostrati del tutto disobbedienti nei suoi confronti al che Demetrio rispose: “Non ci è lecito ubbidire ad alcun altro potere, se non soltanto all’imperatore, senza l’assenso del signor papa”. Ne nacque un diverbio e la mente del marchese Adalberto ne fu offuscata così si sviluppò nel suo cuore l’odio mentre una malvagia malattia si impossessò di lui. Tornato il duca nelle sue terre per lungo tempo pensa astutamente al crimine e appreso della morte del papa, assediò la città di Narni. Ma, poiché non riusciva a conquistarla, pensò di prenderla con l’inganno e inviò dei messi per fare una pace ingannevole. I messi promisero una pace duratura alla semplice condizione che il duca potesse entrare insieme ad alcuni suoi baroni per la porta principale della città e pacificamente uscire dall’altra senza fare male a nessuno. Ma fu un errore da ingenui! A quel punto si scatenarono tutti i piani velenosi, gli antichi mali, i crimini si imposero, dimenticati i giuramenti, gli odii vennero fuori prepotentemente. I cittadini narnesi ebbero il permesso di portare fuori dalla città solo quanto riuscivano a portar via in una sola volta e tutti proruppero in un solo grido: <<Patroni nostri, dov’è il vostro appoggio? Dove possiamo trovare il vostro aiuto? La nostra speranza è morta, i nostri disegni sono stati spazzati via, la nostra forza ferita. San Giovenale non vieni al nostro soccorso perché ti aspetta un lungo esilio. Ecco, hai abbandonato quelli che ti sono stati affidati, poiché ti è stato preparato l’esilio. O santo corpo dove ti porteranno a causa dei nostri peccati? O venerando Cassio[17], pacifico e amabile pastore della nostra Chiesa, come puoi abbandonare coloro che ti sono stati affidati e che devi condurre a Cristo? Fausta dolcissima, bella e nobile, rimani insieme ai tuoi.>> Senza indugi vennero squarciati i sarcofaghi, i mausolei spaccati, vengono tirati fuori i corpi santi, preparare le vetture.[18] Trovarono i corpi dei gloriosissimi Giovenale, Cassio e Fausta così intatti come se l’anima fosse ancor dentro la carne. Presero allora il corpo del beato Giovenale e lo adagiarono presso la cripta del suo sepolcro ed ecco, mentre il cielo era sereno e c’era il sole, improvvisamente si sentono dei tuoni, si scatenarono i fulmini, la terra fu scossa, si alzarono venti che scaraventavano i fulmini che colpivano gli occhi dei nemici i quali, atterriti dalla paura, posarono il santo corpo che rimase dritto restando in piedi. Alla fine la tempesta si placò e alzando gli occhi videro san Giovenale eretto in piedi, quasi si accingesse ad un viaggio. I nemici presero il suo corpo e lo misero in un carro nuovo insieme al beatissimo Cassio e a Fausta e se ne tornarono nella loro terra cantando inni e laudi. I Narnesi allora, tristo e sconsolati, avendo perso i santi corpi, si lamentavano e gridavano dicendo <<a chi ci avete lasciati come orfani, padri beati? Fino a quando potremo vivere ora che siano senza difensore? Sarebbe stato meglio morire prima che si verificasse tutta questa strage! O antichissima città di Narni, famosa in tutto il territorio di Roma, fortissima contro i nemici, amabile per chi la conosce, desiderabile per gli amici, gloriosa per i vicini, piacevole per chi le sta intorno: ora spopolata degli abitanti, privata dei patroni, abbandonata dai difensori, lasciata sola dai custodi, sei stata bruciata col fuoco e saccheggiata completamente! Perché non siamo morti, afflitti e consumati dalle pene, prima di essere privati di tali patroni?>> Nel frattempo i corpi del martire Giovenale, del confessore Cassio e della vergine Fausta furono trasportati in una nobile città della Toscana, a nome Lucca, e furono posti con ogni onore nella chiesa di san Frediano. Ma il Signore onnipotente dice, attraverso il suo profeta: se non si convertono vibrerà la sua spada! E ora minacciava i sacerdoti, ora ammoniva i vescovi, ora esortava tutto il popolo con tremende sventure, diceva che quelle erano ombre di stragi future se non avessero riportato nella sua chiesa con grande onore il corpo del beato Giovenale. Cominciò a mandare frequentemente la grandine, pioveva acqua calda, poi vennero piogge di fuoco, dai loro pozzi e dalle loro fontane venivano fuori fetore e vermi, i loro giumenti e tutti gli animali morivano di morte improvvisa. Ma il loro cuore si era fatto di pietra: preferivano sopportare supplizi e piaghe, piuttosto che consentire che i corpi dei santi tornassero al loro posto. Alla fine presero la decisione salvifica, dicendo all’unanimità <<che stiamo facendo? Tutto ciò perché stiamo privando i Narnesi dei loro patroni?>> A questo punto noi innalziamo preghiere al nostro duca perché invii con onore il corpo di san Giovenale al papa di Roma così che lui lo rimandi con tutti gli onori alla sua sede. Subito corsero tutti insieme, e con loro il duca, presero il corpo del beato Giovenale e lo riportarono con molto onore, in mezzo ad inni e canti, salmi e cori, conducendolo dal sommo pontefice presso le tombe degli apostoli. E lì giunti il papa disse: <<O santissimo Giovenale, mentre eri ancòra in vita il Signore ti condusse, dopo che abbandonasti tuo padre e i suoi beni, dalle regioni dell’Africa a Roma, e ci venisti per amore verso gli apostoli[19]; per ordine dei santi pontefici ti toccò predicare a Narni, che hai onorato quando te ne è stata assegnata la sede, e con la tua predicazione li convertisti a Cristo. E ora ti aspetta tutto il tuo popolo, o beato, quasi ritornato da un esilio>> Sarebbe troppo lungo ricordare quanti siano i miracoli operati dal Signore dopo l’ingresso di san Giovenale a Roma dove fu trattenuto per tre giorni. Il quarto giorno il pontefice in persona insieme a tutto il clero addobbò il veicolo, e lo condussero andando a piedi scalzi. La cosa venne intanto annunziata ai suoi concittadini che accogliendo il corpo del beato con enorme esultanza, lo rimisero con grande cura nella sua confessio dove, costantemente il Signore onnipotente non smette di ridare la salute non solo agli indemoniati ma in verità a tutti i malati che venerano con la coscienza pulita il beatissimo Giovenale. E da quel momento Egli protegge con tanta devozione gli abitanti della sua patria narnese che li tira fuori, se si rivolgono a lui con fede, da qualunque pericolo o affanno in cui si dovessero trovare invischiati; e realizza ciò che chiedono nelle loro preghiere secondo giustizia, con il volere del signore nostro Gesù Cristo che resta degno di lode e di gloria con il Padre e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen!
Miraculum anno MCCXXXIII a s. Iuvenale patratum BHL 4616[20]
“Un miracolo compiuto nell’anno milleduecentotrentatre da san Giovenale. Al clero e al popolo di Narni. Desideriamo rivelarvi, fratelli, il miracolo del glorioso martire di Cristo Giovenale, vescovo di Narni, compiuto dallo stesso martire su un certo zoppo che abbiamo visto con i nostri occhi. Uno zoppo di nazionalità irlandese, di nome Moriens, camminava fuori dalle porte di Narnia, nella piazza del lago, portando il petto verso terra. Vedendolo un certo Rufus, nato nella città romana, a disprezzo di Gesù Cristo e del venerabile martire Giovenale, vescovo di Narni, fece sapere al popolo di Narni, che se il suddetto zoppo fosse stato guarito dal martire Giovenale, lui stesso si sarebbe fatto frate. Allora lo zoppo entrò nella basilica del martire e giunse al luogo dove riposava il corpo del martire e prostratosi davanti all’altare del martire, pregò Dio che per mezzo del venerabile martire Giovenale fosse liberato da quel dolore. Allora dall’altare del martire emanò tanto liquido che noi fratelli non potremmo nemmeno iniziare a descrivervi. Ma poiché un certo sacerdote, di nome Giacomo, che allora era responsabile della stessa basilica, invocò la grazia dello Spirito Santo, unse le gambe, le ginocchia e i piedi dello zoppo con il liquido. E lo zoppo stesso esclamava in lacrime <<Santissimo padre Giovenale, liberami!>> E Dio lo liberò da quel dolore a mezzo del martire Giovenale. Il prevosto della basilica di nome Berardo che ricostruì il tempio del martire, che era rovinato, venne con i canonici di quella chiesa, tutto il clero e il popolo di Narni, si avvicinò all’altare maggiore cantando inni e salmi, rendendo grazie a Dio che aveva guarito lo zoppo da quella infermità per mezzo del beato martire Giovenale nell’anno del Signore 1233, l’8 del mese di giugno, nel regno del Signore Gesù Cristo che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen”
[1] Cfr. E. d’Angelo, Narni e i suoi Santi, Cisam, Spoleto, 2013
[2] A. Vuolo, I Miracoli di san Giovenale a Benevento, in Schola Salernitana, X, 2005
[3] Per la versione originale e completa si veda E. D’Angelo Narni e i suoi Santi, Cisam Spoleto 2013 nel quale testo si trovano in forma estesa la Vita e tutte le note qui sinteticamente riportate.
[4] L’autore della Vita BHL 4614 sembra essere certamente narnese e, come dice A. Amori: sarebbe quantomeno superficiale tacciare di menzogna l’autore della Vita che, scrivendo in Narni, difficilmente avrebbe avuto motivo, e certamente non la possibilità, di inventare date fittizie (nel Medioevo infatti san Giovenale veniva celebrato in entrambe le date). La stesura della Vita è stata variamente datata: Dufourcq pensava all’arco di tempo a cavallo fra VI e VII secolo, Lanzoni, Ussani e Dolbeau al sec. IX. Recentemente Susi la colloca alla metà del X secolo. Infine, la Vita conterrebbe in sé una datazione della propria stesura cioè il quarantennio corrispondente alla durata dell’episcopato del successore di Giovenale, Massimo, committente del testo pur se l’agiografo mostra di conoscere testi più tardi da cui si deduce che la produzione della Vita sia avvenuta fra il VI e il X secolo. E. D’Angelo. op cit.
[5] I tre Santi si collocano cronologicamente a coprire tutto l’arco del processo di cristianizzazione che sappiamo essersi affermato in Umbria meridionale abbastanza tardi, cioè nel corso del IV secolo. E. D’Angelo op cit.
[6] L’origine africana è confermata in diverse fonti. In una di queste viene aggiunto il dettaglio per cui Giovenale decide di venire a Roma ob amorem apostolorum, dopo aver abbandonato i genitori e in uno di questi si specifica anche che egli era presbyter, arte medicus. Assolutamente normale risulta in Umbria la presenza di viri provenienti dall’Oriente arrivati via mare. E. Susi in E. D’Angelo. op cit.
[7] Gli Anicii appaiono alla metà del IV secolo come capi della parte cristiana del senato. E. D’Angelo op cit.
[8] L’oratorio di san Valentino è esistito a Narni fino alla prima età moderna, quando fu abbattuto per costruire il palazzo Capocaccia. G. Bolli, Narni da Odoacre agli Ottoni, 1992. L’attività parrocchiale continuò comunque in una chiesa fatta costruire dalla stessa famiglia Capocaccia a qualche decina di metri di distanza sulla medesima via e soltanto nel secolo scorso la chiesa fu adibita a laboratorio artigianale ( M.Luisi)
[9] La Vita BHL 4614 colloca l’azione di san Giovenale in Italia a circa quattrocento anni dalla devastazione subita dalla città di Narni ad opera dei Carpi che possiamo datare intorno al 32-31 a.C. (la costruzione del ponte ad opera di Augusto, unico dato certo, cominciò intorno al 27 a.C., ad uno dei suoi rientri dalla campagna contro i Persiani). E. D’Angelo anticipa quindi l’ordinazione vescovile di san Giovenale al 364 in quanto l’attacco dei Carpi, secondo una delle fonti, sembra essere avvenuto al quinto anno dall’ordinazione e di conseguenza arriva alla conclusione che il dies natalis sia il 7 agosto 371 anziché 376 come la critica da sempre più o meno concordemente attesta. E. D’Angelo op cit.
[10] Mentre il racconto della Vita in numerosi punti trova riscontri in altra documentazione, più problematica risulta l’attendibilità storica dell’attacco dei Carpi che l’agiografo definisce progenies di quei Carpi che avrebbero distrutto la città al tempo di Augusto. E. Susi pensa che questa invasione barbarica sia un riferimento alle invasioni saracene di sec. X testimoniate in area umbro-sabina fra l’877 e il 914 ma potrebbe risultare più opportuno, suggerisce D’Angelo, pensare all’invasione Longobarda –da cui Narni comunque si tenne fuori nonostante alcuni decenni di guerra -fredda o guerreggiata- o alla guerra greco-gotica durante la quale diversi vescovi umbri si ergono a difensori della propria città.
[11] Dalla Vita 4614 apprendiamo anche l’ubicazione della dimora, in Narni, di Giovenale “erat ad Portam Superiorem in turre coherenti muro, in vico qui vocatur Novus” dove il vicus Novus sarebbe il passaggio che serviva l’area cimiteriale a ridosso del sacello e delle mura. Da tenere in considerazione, come suggerisce D’Angelo, la proposta di Letizia Ermini Pani, secondo la quale qui il termine habitatio può essere inteso nel suo significato funerario o cultuale, piuttosto che in quello di vera e propria abitazione terrena, e quindi nel senso di tomba ovvero di aula di culto. Tale particolare posizione a ridosso immediato delle mura urbiche appartiene, secondo Anna Maria Orselli “contestualmente alla topografia reale e a quella simbolica e non a caso il santo proprio presso una porta della cinta urbana verrà immurato, diventando lui stesso murus per la sua città episcopale”.
[12] Secondo la Vita 4614 la basilica fu fondata dal successore di Giovenale, Massimo, fra il 371 e il 411. I dati cronologici quadrano con quelli letterari e quelli archeologici e collocano la fondazione in età tardoantica. Inoltre i dubbi esistenti intorno alla figura del vescovo Massimo vengono fugati da un documento di papa Alessandro II del 1069 in cui vengono nominati tre vescovi narnesi considerati santi: Cassio, Giovenale e Massimo. Le indicazioni relativamente alla sepoltura sono state confermate dalle indagini archeologiche condotte da C. Perissinotto e C. Angelelli che hanno individuato il primitivo luogo di sepoltura del Santo nel vano sotterraneo trasformato nell’attuale sacello (La cattedrale di Narni nella storia e nell’arte, Centro di Studi Storici di Narni, 1988). Anche l’epigrafe citata dall’agiografo e murata sopra la porticina che dà accesso alla grotta, pur se nel rifacimento seicentesco, esiste e potrebbe essere di sec. IV-V e attribuibile al successore di Giovenale, Massimo. Oppure potrebbe essere coeva alla ristrutturazione resasi necessaria fra il IX e X secolo, in conseguenza dell’episodio del furto e della restituzione delle reliquie da parte di Adalberto di Toscana quando, dopo la restituzione, le reliquie vennero ricollocate nel sarcofago altomedievale nel vano rupestre proprio come detto nell’epigrafe apposta sulla tomba, restauri che giustificherebbero anche la presenza delle epigrafi relative ad altri vescovi narnesi (Pancrazio II +444 e Cassio +558). La coincidenza delle emergenze letterarie con quelle archeologiche viene confermata anche dall’omelia 37 del II Libro di Gregorio Magno (risalente al 592) in cui il pontefice racconta che Cassio, vescovo di Narni, spesso pregava iuxta beati Iuvenalis martyris sepulchrum attestando la presenza di un luogo adatto alla preghiera presso il sepolcro. E. D’Angelo op cit.
[13]Per la versione originale in latino cfr. E. D’Angelo Narni e i suoi Santi, Cisam 2013 dove l’autore riporta l’edizione di C. Leonardi in Poesia e agiografia, che utilizza entrambi i testimoni conosciuti (Codice Vaticano 7172 e Parigino 1092). G. Bolli in Da Odoacre agli Ottoni, 1992, ce ne propone una traduzione assai libera a cura di Maria Chiara Leonori e ritmicamente curata dall’autore stesso nel tentativo di conservare per il lettore odierno, un po’ di quella musicalità che si sprigiona dalle strofe saffiche dell’antico testo. Ancora Bolli ci informa che l’Innario, chiamato un tempo Severiniano e che oggi dovremmo chiamare Narniense, è una straordinaria antologia di poesia latina medievalee coincide con il pontificato del narnese Giovanni XIII (965-972) che potrebbe esserne il committente. Introduce inoltre un Estratto da: A.F. Ozanam, Documents inédits pour servir a l’histoire litéraire de l’Italie depuis le VIII siècle jusqu’au XIII, Parigi 1850 che descrive l’Innario.
[14] Per una nuova edizione critica del testo e la sua traduzione in italiano si veda E. d’Angelo Narni e i suoi Santi, Cisam Spoleto 2013 in cui si trovano anche tutte le note qui sinteticamente riportate.
[15] Secondo la Vita BHL 4614 il primo vescovo di Narni non muore martirizzato “Completis enim septem annis consecrationis suae reddidi spiritum” mentre la Translatio BHL 4615 gli attribuisce il titolo di martyr nel definire la sottrazione forzosa delle sue spoglie da Narni come una sorta di secondo martirio. Ci aiuta a comprenderne il senso la lettura datane da L. Ermini Pani, secondo la quale anche per san Giovenale si è verificato quel fenomeno per cui ad alcuni cristiani delle origini è stato di fatto riconosciuto, per la santità della loro vita e l’attaccamento alla fede, un ruolo di guida all’interno delle nascenti comunità. Si tratta in particolare del martyrium in occulto, cioè contenuto nella coscienza della persona santa anche se non subisce un martirio per così dire oggettivo, fisico e pubblico. Cfr. A. de Vogüé, Dialogi di Gregorio Magno. E. d’Angelo op.cit
[16] Probabilmente si tratta di un ambasciatore narnese presso la corte papale, forse appartenente alla famiglia dei Crescenzi il cui intervento mostra una posizione di equidistanza fra papato e impero infatti, pur riconoscendo nel papa il dominus immediato della città, non sottrae all’imperatore un’autorità almeno paritetica. E. d’Angelo op.cit
[17] San Cassio è un altro santo molto caro ai Narnesi, dei quali è compatrono. Egli fu vescovo di Narni dal 536 al 568. Sappiamo che era sposato con Fausta che egli chiamava “consors dulcissima vitae”, che morì alcuni anni prima di lui. Resse la Chiesa di Narni durante le invasioni barbariche, si doperò per ammansire la furia dei nemici, affrontò personalmente il re Totila, che aveva distrutto Terni e Carsulae, ottenendo che la città di Narni fosse risparmiata. Dopo il furto delle reliquie dell’878, una parte di quelle di san Cassio furono restituite alla città di Narni e di nuovo riposte nel sacello ove era stato sepolto. Un’antica epigrafe con una bella iscrizione metrica risalente al VI secolo, posta all’interno dell’antico sacello, glorifica il Santo e sua moglie. A seguito delle distruzioni operate dagli invasori, la diocesi di Terni viene inglobata in quella di Narni da papa Gregorio Magno. Nel 742, -o 760 secondo F. Angeloni- c’è un ultimo vescovo ternano dell’età longobarda poi inizia un secondo lungo periodo di assenza della diocesi e per il ripristino della stessa bisognerà attendere il 1218 (Onorio III) Cfr. B. Marone Per la storia della diocesi di Narni in Il Ripristino della Diocesi di Terni e la predicazione di san Francesco, 2018.
[18]A. Prandi in Narni, 1973: “Sarcofaga rupta sunt, mausolea fracta, corpora sanctorum abstracta sunt” e poi, sedata la tempesta, san Giovenale fu visto “erectum stantem, quasi itinera paratum”. E il viaggio ebbe inizio, nel lutto dei Narnesi, ma senza crudeltà. Il documento è palesemente dettato da Lucca, che volle purificare il delitto con parole di venerazione per i Santi tolti a Narni e con un inno all’antica città: O antiquissima civitas narniensis, o famosa in romanorum finibus, robustissima contra inimicos, amabilis notis, desiderabilis amicis, gloriosa vicinis, delectabili in confinibus…ma ora degna di punizione, cosciente di aver meritato, per i peccati di due generazioni, l’onta e la rovina.
[19]Ob amorem apostolorum , la motivazione con cui si spiega la venuta di Giovenale dall’Africa a Roma.
[20] Testo pubblicato nel volume di maggio degli Acta Sanctorum con l’indicazione <<ex libello Archivii Fossanensis>>
Nota: Abbiamo cercato di attribuire tutti i testi e le foto ai legittimi autori. Se così non fosse siete pregati di darcene comunicazione su [email protected]